PERLE RARE
antologia sull'esperienza della diversità
a cura di Paola Elia Cimatti
PREFAZIONE
Segnali luminosi fanno ritrovare la strada nell'oscurità:
a questo servono le parole.
La percezione della diversità non si può mai dire perché nessuno la capisce e viene a mancare il linguaggio: si finisce così per viverla di nascosto,
cercando di renderla invisibile, anche se è ben visibile a tutti.
Ho raccolto in queste pagine stralci e recensioni di opere letterarie significative,
che parlano di albinismo esplicitamente oppure per analogia.
Per smuovere la consapevolezza e la riflessione,
che agiscano come cura di sé,
o semplicemente ... per bellezza
Questa antologia non sarebbe stata possibile senza la collaborazione di amici e amiche di vaste letture che mi hanno segnalato testi da loro incontrati.
Ringrazio Guido Armellini, Cinzia Cimatti, Carla Mazzoni, Elettra Nerbosi, Donatella Pannacci, Vittoria Ravagli e tutte/i coloro che mi hanno dato suggerimenti e attenzione.
Paola Elia Cimatti
INTRODUZIONE
Alla consapevolezza che sta maturando intorno alle problematiche dell’albinismo, vorrei aggiungere il contributo che la letteratura e le scienze umane possono dare, in particolare riguardo all’elaborazione emotiva e immaginativa della propria condizione.
Può essere utile incontrare personaggi albini, o comunque segnati da una diversità, vedere come hanno reagito di fronte alle varie situazioni della vita, come sono riusciti a elaborare le ferite che la loro condizione (inevitabilmente) comporta.
Non dimentichiamo che da tali fonti proviene la maggior parte del sapere di cui psicologi, insegnanti e operatori di scienze dell’educazione possono avvalersi: è a loro che in particolare mi rivolgo.
Propongo quindi a puro titolo di esempio alcuni libri in cui si parla di albinismo (o di altra condizione rara). Si tratta prevalentemente di classici della letteratura, reperibili nelle principali lingue europee in diverse edizioni. È anzi sorprendente che una condizione così rara e sconosciuta ai più abbia tanto sollecitato l’immaginazione degli scrittori.
• Melville H. - Moby Dick (il cap. 42 è una vera “enciclopedia dell’albinismo”, incentrata sul colore bianco);
• Brown D. - Il codice Da Vinci – The Da Vinci Code (Si consiglia il libro, non il film, dove la storia del personaggio albino non viene raccontata);
• Hegi U. – Come pietre nel fiume – Stones from the river (Storia di una ragazza nana che riesce a costruirsi una vita a propria misura);
• Markandaya K. - Nettare in un setaccio – Nektar in a sieve (romanzo realistico su un bambino albino in un villaggio dekll’India);
• Wells H.G. - L’uomo invisibile – The invisible man;
• Oppel K. – Il fantastico volo di Ali d’Argento – Silverwings (fiaba)
• Genovesi F. – Chi manda le onde
• La leggenda di Azzurrina (bambina albina che la madre tentò di far apparire normale tingendole i capelli), per cui si consiglia una visita al Castello di Montebello (Rimini) segnalo la fiaba di A. Nanetti e il testo di A. Lorenzi nel libro “Non restate in silenzio”.
• Racconti inediti sul vissuto della diversità: disagi e risorse, orrore e splendore.
Nuovi Racconti è il seguito dell'antologia Perle Rare, perché dalla lettura degli autori citati può nascere il desiderio di una propria personale elaborazione.
Chi volesse provarci, può inviare il suo racconto ad albalapilla@albinismo.it
ORRORE E SPLENDORE
La storia è raccontata da Enoch, capo della famiglia e bisnonno del bambino.
E poco dopo mio figlio Matusalemme diede moglie a suo figlio Lamech: ella rimase incinta e partorì un figlio maschio. E il suo corpo era bianco come la neve e rosso come un bocciolo di rosa: i suoi capelli in lunghi riccioli erano bianchi come la lana e gli occhi erano molto belli.. E quando aprì gli occhi, illuminò tutta la casa come il sole e la casa intera era splendente. Subito dopo, si alzò fra le mani della levatrice, aprì la bocca e si mise a conversare con il Signore della Giustizia.
Suo padre Lamech si spaventò e scappò via: corse da suo padre Matusalemme e gli disse:”Mi è nato un bambino strano, diverso da un figlio di uomo e non simile a nessun: assomiglia ai figli del Dio del cielo. La sua natura è diversa e non è come noi. I suoi occhi sono come i raggi del sole e il suo portamento è glorioso. Mi sembra che non sia veramente mio figlio, ma degli angeli, e ho paura che sulla terra stia per accadere una catastrofe. E ora, padre mio, ti prego e ti imploro: vai da Enoch, nostro padre e fatti dire da lui la verità, perché il suo posto è fra gli angeli.
E come Matusalemme udì le parole di suo figlio, corse da me dall’altra parte del mondo, perché aveva sentito dire che ero là: gridò forte e io sentii la sua voce e gli venni incontro dicendo:: “Guarda, sono qui, figlio mio, per quale motivo sei venuto da me?” E lui rispose dicendo:”Per una grande angoscia sono venuto da te, per una visione sconvolgente ti ho cercato. E adesso, padre, ascoltami: a Lamech mio figlio è nato un bambino: non assomiglia a nessuno, la sua natura non è quella dell’uomo, il suo colore è più bianco della neve e più rosso di un bocciolo di rosa, ha i capelli più candidi della lana candida, gli occhi come raggi di sole, quando ha aperto gli occhi ha illuminato tutta la casa. Si è alzato fra le mani della levatrice, ha aperto la bocca e benedetto il Dio del cielo. E suo padre Lamech si è spaventato ed è corso da me, e non crede che sia figlio suo, ma che sia della famiglia degli angeli del cielo. E io sono venuto da te perché credo che tu conosca la verità.”
E io, Enoch, gli risposi dicendo: “<< il Signore farà una cosa nuova sulla terra: ho avuto una visione e ti faccio sapere che nella generazione di mio padre alcuni angeli del cielo trasgredirono la parola del Signore. E, ascolta, commisero peccato e trasgredirono la legge, si unirono alle donne e peccarono con loro, ne presero alcune come mogli ed ebbero figli da loro. Ed essi faranno nascere sulla terra giganti non secondo lo spirito ma secondo la carne, e ci sarà una grande punizione sulla terra: la terra verrà ripulita di tutte le impurità. Sì: verrà una grande distruzione su tutta la terra e ci sarà un diluvio e una grande catastrofe per un anno. E questo figlio che è nato nella tua famiglia sarà risparmiato, e i suoi tre figli con lui, mentre tutti gli uomini della terra moriranno. E adesso vai a dire a tuo figlio Lamech che quello che gli è nato è davvero suo figlio e lo chiami Noè. Egli rimarrà, egli e i suoi figli saranno salvati dalla distruzione che verrà sulla terra durante la sua vita. E dopo questo, ci sarà ancora più ingiustizia di quella che c’era prima sulla terra Io conosco i misteri dei santi, perché Egli, il Signore, me li ha rivelati.”
Libro di Enoch, Apocalisse 1-14
Nella seconda metà del 1500, il poeta Torquato Tasso dedicò madrigali e canzoni a Bianca Cappello, divenuta Granduchessa di Toscana.
Donna di grande bellezza, Bianca era dotata anche di una particolare sensibilità alle sofferenze altrui, forse perché aveva avuto lei stessa una vita difficile e contrastata. Il poeta vede in lei una figura luminosa, stella luna aurora, capace di elevare la mente e i sentimenti di chi l’ammira.
In me stesso m’esalto
che quando in tanta luce il guardo invio
tanto mi sento alzar, ch’io son più ch’io.
Le immagini legate alla bianchezza sono pervase di luminosità, gentilezza e splendore: allusione al candore della carnagione di Bianca (considerata a quel tempo come dote di particolare fascino), nonché alle sue qualità spirituali.
Nubi lucide e lievi
che tante avete in ciel vaghe figure
e contra ‘l sol tanti colori e tanti;
di questa ch’è sì bella e lui somiglia
e pur gran meraviglia
prendete, o nubi, ancora i bei sembianti.
Nubi, nubi volanti
acque piovete a lei più dolci e pure
Mirate, in sul mattin Candida splende
lucidissima stella
Non Vener no, ma luce alta novella
che di sovrano amor l’anima accende
Tu, bianca e vaga luna
ch’hai tanti specchi quanti sono i mari
Mira questo candor ch’è senza pari
Qual miracolo, amore
Se la bianca Alba mia
De l’alba in cielo che l’oriente aprìa
luce spargèa maggiore.
Non ha, non ha per sé l’alba splendore
dal Sol ben ella il prende
Ma la Bianca Alba mia per sé risplende.
Madrigali, Torquato Tasso
Elsa Morante (1912-1985), secondo autorevoli critici, è uno dei migliori scrittori del secolo scorso, non solo in Italia ma a livello mondiale. Lei stessa amava definirsi “scrittore” perché non voleva essere confrontata con le “scrittrici” di romanzi rosa. A distanza di alcuni decenni si può immaginare che non avrebbe resistenze riguardo alla definizione di “scrittrice”, come non ne aveva la sua coetanea Natalia Ginzburg.
“L’isola di Arturo”, pubblicato per la prima volta nel 1957, poi costantemente ristampato, è uno dei capolavori della letteratura italiana e conserva inalterato il suo fascino anche al giorno d’oggi.
Vi si narra l’uscita dall’infanzia (rappresentata simbolicamente dall’isola) e l’iniziazione all’età virile del giovane Arturo. Ai fini della presente antologia, è notevole il fatto che si possono trovare ben due riferimenti alla condizione albina, sia sotto il segno dello SPLENDORE che dell’ORRORE.
La “bionda testa forestiera” presenta analogie evidenti, sebbene in realtà appartenga al padre di Arturo, la cui madre era tedesca. Quando poi il ragazzo si trova a dover fare i conti con le trasformazioni che l’adolescenza impone al suo corpo e teme che il suo corpo sgraziato gli faccia perdere l’affetto persino del padre, si immagina con l’aspetto di un mostruoso albino, che avrebbe fatto inorridire tutti di spavento.
pag. 29-30
" ... bionda testa forestiera"
Lui avanzava risoluto, come una vela nel vento, con la sua bionda testa forestiera. […]La prima ragione della sua supremazia su tutti gli altri stava nella sua differenza, che era il suo più bel mistero. . Egli era diverso da tutti gli uomini di Procida, come dire da tutta la gente che io conoscevo al mondo, e anche (o amarezza), da me. Anzitutto, egli primeggiava fra gli isolani per la sua statura, (ma questa sua altezza si rivelava solo al paragone, vedendo lui vicino ad altri. Quando stava solo, isolato, appariva quasi piccolo, tanto le sue proporzioni erano graziose). Oltre alla statura, poi, lo distinguevano dagli altri i suoi colori: era chiaro come le perle. E io vedevo in ciò quasi il segno di una stirpe non terrestre: come s’egli fosse fratello del sole e della luna. I suoi capelli, morbidi e lisci, erano di un colore biondo opaco, che si accendeva, a certe luci, di riflessi preziosi; e sulla nuca, dov’erano più corti, quasi rasi, erano proprio d’oro.. Infine, i suoi occhi, erano di un turchino-violaceo, che somigliava al colore di certi specchi di mare intorbidati dalle nuvole.
pag. 278
“...avrei fatto inorridire tutti di spavento”
[…] Ecco, dunque, a che s’era ridotta la mia vita: che mio padre mi respingeva, la mia matrigna mi teneva lontano peggio di un serpente. Qualsiasi cosa, ad ogni modo, è più augurabile che far pietà: e io non facevo pietà a nessuno. La sera, tornavo a casa con arie di mistero e di ribalderia, come se avessi trascorso la giornata a dirigere bande di rapinatori, navi pirate. In certi momenti, mi sarebbe piaciuto d’essere un vero mostro di bruttezza: per esempio, mi raffiguravo sotto forma di un albino, con zanne al posto dei denti, e un occhio celato da una benda nera.
A questo modo, col solo mostrarmi, avrei fatto inorridire tutti di spavento. […]
L’isola di Arturo, Elsa Morante - Edizione Einaudi

Diversi films e sceneggiati ne sono stati tratti, anche se spesso utilizzando solo l’aspetto avventuroso e facendone un “western dei mari”. Si tratta di una narrazione epica della caccia alla balena, ma anche di una specie di enciclopedia che contiene una visione del mondo, con riflessioni filosofiche, teologiche e scientifiche
Questa, in sintesi, la trama: il capitano Achab ha un solo scopo nella vita: catturare la leggendaria balena bianca Moby Dick, che anni prima gli ha causato l’amputazione di una gamba. La caccia alla balena albina ha assunto per lui il significato di una lotta contro il Mostro degli abissi, il biblico Leviatano, il principio stesso del Male.
Seguendo l’ossessione del suo capitano, Herman Melville ha scritto le parole più impressionanti che sia possibile immaginare sulla condizione albina: un intero capitolo - il cap. 42 - è dedicato alla “bianchezza”, che esalta e amplifica in chi ne è portatore sia i caratteri sublimi che quelli orribili, risvegliando le immagini di bellezza e di terrore che la sua cultura gli aveva trasmesso.
Propongo alcune citazioni significative. (n.d.r.).
In molti oggetti naturali, la bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse qualche sua speciale virtù: come nei marmi, nelle camelie e nelle perle. […]
Ma ci sono altri casi, in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l’informa nel cavallo bianco e nell’albatro.
In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito persino da amici e familiari. E’ la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chissà perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo?[…]
“E’ questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza […] capace di accrescere quel terrore fino all’estremo. Ne sono prova l’orso bianco polare e lo squalo bianco dei tropici: cos’altro se non la loro bianchezza soffice e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono?[...]
Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? [...]
E, andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza mediazione, darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. [...]
E di tutte queste cose, la balena albina era il simbolo.
Moby Dick, H. Melville - Edizione Feltrinelli

Pag 191-193
L’altro era un ragazzo magro di nome Franco, poco più grande di me, quasi albino, con occhi di un azzurro chiarissimo e l’espressione folle di uno che avrebbe potuto ucciderti sorridendo, per poi andare a mangiare una pizza con gli amici.
Non era solo una sensazione, una sera avevo visto con i miei occhi di cosa era capace.
[…]
All’improvviso il ragazzo che si stava allenando con Franco - lo chiamavano Sghigno a causa di un incisivo spezzato – cedette. Forse non era riuscito a mantenere la contrazione, forse gli era arrivato un colpo più forte degli altri, forse tutte e due le cose, certo è che lo sentimmo fare una specie di colpo di tosse e lo vedemmo piegarsi in due portando le mani all’altezza del plesso solare.
<<Aspetta< disse con voce soffocata. Franco non aspettò. Continuò a picchiare metodicamente nella pancia, sui fianchi, sul petto, rispettando in modo puntiglioso e spietato le istruzioni ricevute. Noialtri ci fermammo tutti.
[…]
Sghigno si accasciò al suolo come un sacco vuoto e Franco continuò a colpirlo a calci. Fu a quel punto che un tizio – lo avevo soprannominato Abramo Lincoln, perché aveva la barba ma non i baffi - intervenne.
<<Cazzo, così lo ammazzi, basta!>> Prese Franco per le spalle, lo strattonò, lo spinse via di lato.
[…]
Franco era vicino a me e mi parve di cogliere un’ombra di sorriso cattivo sulle sue labbra sottili e nei suoi occhi gelidi.
Ma forse me la immaginai soltanto.
Sghigno era ancora a terra e respirava a fatica.
Il bordo vertiginoso delle cose, G. Carofiglio - Edizione Rizzoli

LA DIVERSITÀ RACCONTATA IN MODO REALISTICO
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia.. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.
[…] Io sono brutta. Proprio brutta.
Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà.
[…] Mia madre si è messa a lutto quando sono nata…
La vita accanto, Mariapia Veladiano - Giulio Einaudi Editore

Nettare in un setaccio" è il romanzo più noto della scrittrice indiana Kamala Markandaya, che uscì in Italia nel 1956 nella traduzione dello scrittore Luciano Bianciardi, autore de "La vita agra".Il titolo è tratto da un verso del poeta inglese S.T: Coleridge: "Lavoro senza speranza versa nettare in un setaccio, nè vive la speranza senza uno scopo".Il racconto è ambientato in un villaggio dell'India, prima della lotta per l'indipendenza, quando i proprietari terrieri cominciarono a vendere le terre per destinarle all'industria o a coltivazioni estensive, cacciando i contadini che vivevano del loro lavoro. La voce narrante è quella di una contadina che continua ad alimentare la sua speranza e i suoi legami familiari anche nelle condizioni più difficili. In queste pagine, descrive la nascita del suo nipotino, che viene al mondo albino. Il racconto è condotto con realismo, attenzione e serenità ammirevoli.
E' sorprendente notare come tutti i particolari del racconto, comprese le reazioni dei familiari e dei vicini, siano di sconcertante attualità, e parlino ancora alla nostra sensibilità nonostante la distanza nello spazio e nel tempo.
Quando raccolsi il bambino e lo presi in braccio, le paure, che fino allora erano state senza nome, mi investirono di nuovo, mi gridarono la loro condanna, non furono più senza nome. Non volevo che sua madre lo vedesse. Lo lavai lentamente e massaggiai con olio il suo corpicino, cercando di attenuare la sua bianchezza, sperando di dare colore alla sua pelle, mentre lui strillava vigorosamente, perché era un bambino sano. Infine, la madre lo reclamò. Lo avvolsi accuratamente in un panno prima di porgerglielo, sperando – sperando ancora – che non se ne accorgesse.
“Tuo figlio” – dissi, avvicinandole il fagotto, ansiosa.
Lo prese sorridendo e sospirò: “Che bel piccino – disse, fissando con amore il suo visetto – chiaro, come un fiore."
Chiaro! Anche troppo chiaro. Solo lei non vedeva quanto fosse innaturale quella chiarezza, e non notava che i capelli che spuntavano morbidi e radi sulla sua testa erano del colore del chiaro di luna e i suoi occhi erano rosa. Talvolta mi pareva che fosse impazzita: come poteva non vedere quello che agli altri era così evidente, oppure, mi chiedevo, se la sua non fosse una tragica finzione dettata dall’orgoglio materno, sostenuta da chissà quale sforzo sovrumano. Tuttavia, se simulava, simulava bene: nel suo viso non traspariva segno di dolore o di paura. Era felice, come un uccello col suo piccolo che canta, gioisce con lui e lo vezzeggia come il più bel bambino che una donna abbia mai dato alla luce.
Forse, per lei era così: quell’ enorme peso non gravava sulle sue spalle, ma sopra di noi, soprattutto su Nathan.
“Ha perso la ragione – diceva – non vede suo figlio come è, ma come lo avrebbe voluto. Per lei è soltanto chiaro, mentre invece non sembra altro che un topo bianco. Ella ha fatto del male a se stessa e al bambino e ora preferisce impazzire piuttosto che guardare in faccia la verità … La colpa è mia – mi disse - girando lentamente sui talloni – avrei dovuto impedirlo. Che cosa crudele, al tramonto della nostra vita.”
“ Crudele sì, ma non insopportabile. Ira è felice e il bambino è sano.”
“L’ho visto al sole – riprese Nathan tristemente – fugge la luce e cerca l’oscurità, dove si trova meglio. Per quanto piccolo, comincia già a rendersi conto della sua anormalità. “
“ Che sciocchezze dici – intervenni – rifugge la luce perché ha gli occhi deboli. Me lo ha detto Kenny, che questi bambini fanno sempre così “
“ Può darsi – replicò – chi lo sa? Ma, qualunque sia la ragione, è una cosa spaventosa a vedersi. Per gli uomini c’è la luce del sole, l’oscurità è fatta per i pipistrelli, le serpi, gli sciacalli e altre creature del genere.
”Il dolore lo faceva esagerare. Il bambino evitava solo la luce diretta del sole. Nella capanna, all’ombra di un albero, era perfettamente contento e se ne stava disteso a terra o attaccato a un ramo a succhiarsi le dita dei piedi e a ciangottare, come qualsiasi altro bambino.
Anch’io preferivo non vederlo nella piena luce del sole: la sua pelle chiara e trasparente come una membrana non faceva resistenza alla luce che gli trapassava profondamente la carne, illuminandola di una lucentezza spaventosa.
Inoltre, si scottava facilmente: bastava che stesse un’ora al sole che tante chiazze rosse e squamose gli spuntavano sul collo e sulla fronte e diventava nervoso. Tutti i miei figli, invece, erano cresciuti all’aperto e al sole s’erano irrobustiti.
La notizia raggiunse presto i posti più lontani e la gente venne a vedere il piccolo. Ne veniva tanta, sempre di più, col viso acceso di curiosità: una curiosità che non pareva mai soddisfatta, per quanto stessero a guardarlo con gli occhi di fuori. Alla fine, se ne andavano via, facendo un mucchio di commenti per descrivere quel povero ranocchio albino. Alcuni erano più gentili, molti mostravano una compassione facile e inutile. Tutti se ne ripartivano con quell’evidente sollievo di chi ha visto qualcuno che sta peggio di lui.. […]
“E’ vero del bambino? La gente dice che è bianco come il latte.”
“E’ chiaro – disse Ira come sempre – Guardalo!”
E gli mostrò il bambino addormentato fra le sue braccia.
Kali si sporse tutta tremante dall’eccitazione, e in quel momento sfortuna volle che il piccino si svegliasse. Aprì i suoi deboli occhi rosa e cominciò a strillare vigorosamente. Kali arretrò d’un passo, come se qualcuno l’avesse aggredita e tutta la sua compassione svanì.
“ Ha un aspetto strano – disse con tutta franchezza – non è normale. Avete mai sentito parlare di un bambino con gli occhi color di rosa? “
Non sapevo che dire. Nathan guardava la donna astiosamente: non gli era mai piaciuta. Ira aveva sul volto un’espressione tesa, rigida, difensiva, come se avesse ricevuto un colpo e stesse chiedendosi dove sarebbe caduto il prossimo.
“Allora, non lo sa – pensavo con un sentimento che somigliava al sollievo - o, almeno, non sa tutto: nasconde bene quello che sa.”
Continuava il silenzio: ognuno aveva paura di parlare e i pensieri ondeggiavano nell’aria, gli occhi vagavano altrove e si abbassavano al suolo. Poi sentii Selvam che si schiariva la voce e subito tutte le teste sorprese, sollevate, vigili dopo quella sospensione, si volsero a lui.
“ E’ solo questione di colore – disse – o meglio: di mancanza di colore… Si tratta solo di abituarcisi. E poi, chi ha detto che questo sia il colore giusto e quello no?”
Le parole di un ragazzo (Selvam non aveva ancora sedici anni) ci fecero vergognare tutti.“.. ma… rosa” balbettò Kali.
“ Un bambino dagli occhi rosa non è peggio di uno dagli occhi castani - disse, con uno sguardo freddo di rimprovero- avresti dovuto capirlo con il tuo istinto di donna, se nessun altro te lo avesse detto.”
Le voltò le spalle con disprezzo e porse le dita al bambino.
Il piccolo, che fino allora aveva urlato robustamente, cominciò a calmarsi, emise due o tre vagiti, poi la sua bocca si aprì in una specie di sorriso e le sue dita si afferrarono a quelle di Selvam. […]
La sua simpatia per il figlio di Ira avvicinò sempre più Selvam alla ragazza. Fin dalla nascita egli non si era fatto caso dell’albinismo del piccolo, lo accettava senza pensarci. Fin dall’inizio, trattò Sacrabani proprio come un bambino normale.
Peccato che questa fosse una battaglia perduta.
Un atteggiamento simile, da parte sua e da parte nostra, non poteva bastare a convincere tutti gli altri.
Sacrabani era isolato in partenza: un corvo bianco in uno stormo di corvi neri, un chicco d’orzo in mezzo al riso.
Da quando ebbe quattro anni, Sacrabani dovette adattarsi a fare il parassita, sempre ai margini della vita degli altri.
A causa della sua diversità, i bambini lo escludevano dai loro giochi: qualche volta, se mancava un giocatore, lo invitavano a unirsi a loro, ma non gli permettevano, per nessuna ragione, di entrare nel gioco senza il loro permesso. E così, con la speranza di essere chiamato, se ne gironzolava nei paraggi, umile e paziente.
Del resto, bastava la sua anomalia a metterlo in una condizione di inferiorità: la sua pelle non sopportava il sole e la luce gli feriva gli occhi. A vederlo accovacciato all’ombra, con il viso arrossato e gli occhi lacrimosi, quelli più grandi lo insolentivano, anziché provare pietà per lui.
Povero piccolo, doveva anche sopportare la curiosità di quelli che non lo avevano mai visto prima: lo fissavano, mormorando, dandosi colpetti di gomito e bisbigliando, mentre quelli che lo conoscevano facevano a gara per informarli.
Poi un giorno, spinto da chissà quali ingiurie, cominciò a fare domande, le prime di una lunga serie.
Nettare in un setaccio, Kamala Markandaya - Edizione Feltrinelli

Consiglio di leggere "Come pietre nel fiume" di Ursula Hegi.
(si trova anche nelle biblioteche pubbliche e, per chi ci vede poco, presso il Centro Internazionale del Libro Parlato di Feltre).
E’ il libro più bello che io conosca sulla consapevolezza della diversità e la sua difficile elaborazione.
E' ambientato in una piccola città della Germania al tempo dell’ascesa di Hitler.
La protagonista, Trudi, deve fare i conti con il suo aspetto fisico, che è diverso da quello di tutti gli altri: è infatti nana (in tedesco “zwerg”, parola che non viene tradotta).
Non bisogna dimenticare che le anomalie ereditarie erano considerate dai nazisti una grave offesa alla purezza della razza, e come tale venivano “punite”. Il vissuto della diversità viene espresso dalla narratrice in un modo profondo ed efficace.
Incontro con Pia - L’isola
Indimenticabile è per Trudi l’incontro con la prima “donna zwerg” della sua vita: Pia, artista di circo. Per avvicinarsi a lei la ragazzina si offre come volontaria in un gioco di prestigio. Pia la presenta così:
Sembra che abbiamo un volontario. Viene dall’isola magica da cui vengo anch’io. L’isola della gente piccola, dove sono tutti della nostra altezza…
Trudi capisce subito che questo incontro è fondamentale per la sua crescita, e la sera stessa va ad incontrare Pia, per farle tutte le domande che non ha mai potuto fare a nessuno.
Pia indossava una vestaglia di seta ricamata e non parve sorpresa di vederla.
“Non avevo mai incontrato nessuno come me.” Trudi lo disse lentamente. E poi lo disse ancora: “Non avevo mai incontrato nessuno come me.”
“Oh, ma noi siamo dappertutto…in luoghi diversi…
Sono sempre soli. Nei miei viaggi, non li cerco mai. Sono loro che trovano me.” I suoi occhi erano esattamente all’altezza di quelli di Trudi “Vogliono sapere degli altri. Proprio come te.”
“Quell’isola…?”
“E’ per tutti noi. Sta a te sognare come arrivarci.”
“Perché non possiamo stare tutti nello stesso luogo?”
“Ci siamo. Si chiama terra.”
“No, non volevo dire quello. Lo sapete.”
“Sarebbe meglio?”
“Non sarei sola.”
“Non lo sei.”
“In questo paese, lo sono.”
Pia annuì, pensierosa: “Quando ho la sensazione di essere l’unica, immagino centinaia di persone come me… in tutto il mondo, che si sentono isolate, e allora mi sento unita a loro.” Indicò una poltroncina imbottita. “Siediti se vuoi.”
Quando Trudi si sedette, notò che i piedi toccavano terra e non rimanevano sospesi nel vuoto. Sorrise fra sé, promettendosi che in quel mondo dove i sedili dei tram e i banchi dei negozi erano sempre troppo alti, da quel momento nella sua casa lei avrebbe avuto mobili fatti a misura della sua altezza. Gli altri bambini erano cresciuti fino ad adattarsi al mobilio dei loro genitori, mentre per lei le cose erano rimaste troppo alte. […]
“Ne avete conosciuto cento come noi?”
“Cento e quattro”
“Allora li contate?”
“E come non potrei?”
Stordita dalla gioia, Trudi riusciva a sentirli – tutti e centoquattro - vicini a lei come se fossero stati lì nella roulotte, e in quell’istante capì che per Pia essere una Zwerg era normale, perfino bello. Per Pia le braccia lunghe erano brutte, le gambe lunghe instabili. Le persone alte avevano un aspetto strano, erano troppo lontane dalla terra con la loro andatura traballante. Trudi guardò Pia che la stava osservando, in silenzio, come se capisse quello che lei pensava, e si sentì unita alla terra, molto più che se avesse avuto le gambe lunghe. [...]
“Non provate mai il desiderio di guardare dritto in faccia le persone?”
“Invece di guardare sempre dal basso verso l’alto e di vedere il loro mento e i peli del loro naso?...
“Ma allora vedrò solo le loro pance, le ginocchia, le cinture...”
“I loro culi grassi. ..Ragazza mia…” Pia rise fino a farsi venire le lacrime agli occhi. “Ma non per molto ancora. Dimmi, che cosa fai se qualcuno ti parla a voce molto bassa? “
“Mi avvicino.”
“Giusto.”
Trudi attese, ma Pia rimase a guardarla senza dire un’altra parola, con un’espressione divertita.
“Volete dire…”
“Prova.”
“Si chineranno verso di me?”
“Non tutti. Ma molti sì. A patto che ti ricordi di non guardare in alto.”
“Ci proverò. Grazie” [...] “Voglio venire con voi.”
“Sei ancora una bambina.”
“Avrò quattordici anni l’anno prossimo.”
Pia annuì. “… anche se ti portassi con me, non servirebbe a cancellare in te la sensazione di essere la sola. Nessuno se non tu può cambiare questo. Così.” Strinse le corte braccia intorno al corpo. Cullandosi avanti e indietro, sorrise.
“ Un giorno te lo ricorderai,” promise la donna Zwerg.
Come pietre nel fiume, Ursula Hegi - Universale Economica Feltrinelli

Verrà? Ne dubito, perché so quant’è difficile vincere una paura che non è paura, una vergogna che non è vergogna, la colpa più innocente. Ne dubito e, per vincere la sfiducia delle ore passate ad aspettare, mi accendo una sigaretta. Ora attiro molto di più gli sguardi dei passanti. E’ sempre così. “Sta fumando”, “Sta mangiando”, “Sta piangendo”. Qualunque cosa faccia è sempre così.
All’improvviso guardo il mazzo di fiori e scopro che la mia mano, invece di reggerli, li stringe, li strangola con quella violenza minima che basta a sconfiggere i loro fragili colli vegetali. Sorrido pensando che sono appassiti in un lasso di tempo davvero minimo, come le bandiere di un esercito altrettanto minimo e sconfitto, e i loro petali cenciosi mi dicono che è ora di intraprendere la ritirata.
Getto i fiori nel primo cestino dei rifiuti e mi allontano, seguito dagli sguardi dei passanti e dalle loro voci che dicono: hai visto il nano come ha buttato via i fiori? Aveva un appuntamento? Con una nana? Hanno tirato un bidone al nano. Sono strani i nani, e altri commenti sulla cui statura non voglio né devo pronunciarmi.
La lampada di Aladino, Luis Sèpulveda - Edizione Guanda

“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi ed aveva i capelli rossi perché era cattivo”
Vita dei campi-Rosso Malpelo, Giovanni Verga

Percezione della tonalità, tessitura, del movimento e della profondità visiva.
E se fossero loro a vedere strani “noi”, distratti da aspetti banali e irrilevanti del mondo visivo e non abbastanza sensibili alla sua reale essenza visiva?
pag 35
Sensibilità e attenzione alla forma, alla tessitura, ai profili e ai margini, alla prospettiva, alla profondità e ai movimenti anche minimi
pag. 36 - 37
Mentre tornavamo a piedi all’albergo […] cominciò a imbrunire; la luna, quasi piena, salì alta nel cielo fino a stagliarsi fra i rami di una palma.. In piedi sotto l’albero, Knut la studiava attentamente, con il monoculare, individuando mari e ombre. Poi, abbassando lo strumento e abbracciando con lo sguardo tutto il cielo esclamò: “Vedo migliaia e migliaia di stelle! L’intera galassia!”
“E’ impossibile” – replicò Bob - “ L’angolo sotteso di quelle stelle è sicuramente troppo piccolo, dato che la tua acuità visiva è un decimo del normale”.
Knut si diede a identificare le costellazioni nella volta celeste: alcune si presentavano completamente diverse da come egli era abituato a vederle nel cielo norvegese.. Si chiedeva se il nistagmo non potesse avere un paradossale effetto positivo, se i movimenti a scatti dei suoi occhi non potessero “sbavare” un’immagine puntiforme, altrimenti invisibile, con il risultato di ingrandirla., o se non intervenisse qualche altro fattore. Si rendeva conto della difficoltà di spiegare come egli potesse vedere le stelle pur avendo un’acuità visiva tanto bassa, - e tuttavia le vedeva.
“Non male questo nistagmo, eh?” scherzò Bob.
pag. 53 – 54
“Magnifico!” sussurrò Knut, rapito, e poi “Guarda quel bambino – e quello -… e quell’altro”. Seguii il suo sguardo e improvvisamente vidi anch’io ciò che al principio mi era sfuggito: qua e là, fra gli altri, c’erano gruppetti di bambini che strizzavano e socchiudevano gli occhi nel tentativo di evitare il sole intenso; uno di loro, più grandicello, portava un panno nero sulla testa. Knut li aveva visti, aveva identificato i suoi fratelli di acromatopsia già mentre usciva dall’aereo – proprio come loro si erano accorti di lui nel momento in cui scendeva dall’apparecchio strizzando gli occhi dietro le lenti scure.. Sebbene Knut conoscesse la letteratura scientifica e si fosse occasionalmente imbattuto in altri acromatopsici, non era in alcun modo preparato al colpo che avvertì nel trovarsi letteralmente circondato da individui come lui, stranieri ai quali si sentì legato da un’immediata affinità anche se vivevano dall’altra parte del mondo. Fu un incontro ben strano quello a cui tutti noi assistemmo, fra il pallido e nordico knut, in abiti occidentali e con la macchina fotografica al collo, e i bambini acromatopsici di Pingelap, scuri e minuti. Strano sì, ma anche molto commovente.
pag.65 -66
Prescindendo dai problemi sociali che comporta, Entis non considerava l’acromatopsia come un’invalidità, sebbene spesso l’intolleranza della luce intensa e l’incapacità di vedere i dettagli fini gli creassero qualche problema.. Ascoltando queste considerazioni, Knut annuiva: era stato molto attento a tutto quel che diceva Entis e per molti aspetti si identificava con lui. Quando poi gli mostrò il suo monoculare, che tiene sempre appeso al collo e che per lui è quasi un terzo occhio, , il volto di Entis si illuminò di meraviglia: mettendolo a fuoco, riuscì per la prima volta a vedere le barche scivolare sull’acqua, gli alberi all’orizzonte, i volti della gente dall’altra parte della strada e perfino i dettagli della cute sui propri polpastrelli.. D’impulso, Knut si tolse dal collo il monoculare e lo regalò a Entis, che rimase senza parole, commosso: Sua moglie corse in casa e ne uscì portando una bellissima collana di ciprie a tre giri, fatta da lei: era l’oggetto più prezioso che ci fosse in casa e ne fece solennemente dono a knut, sotto gli occhi di Entis.
Adesso Knut era in difficoltà, senza il suo monoculare.
“E’ come se gli avessi dato metà dei miei occhi, perché il monoculare mi serve per vedere.”, ma aggiunse subito, profondamente felice: “per lui sarà tutto diverso, ora.
Io me ne procurerò un altro”.
Il giorno dopo vedemmo James che, strizzando gli occhi contro il sole, osservava un gruppo di adolescenti giocare a pallacanestro. Quando ci aveva fatto da interprete e da guida, ci era sembrato un tipo allegro, socievole, istruito, perfettamente integrato nella sua comunità; ora, per la prima volta, aveva un’aria schiva, malinconica e solitaria. Ci mettemmo a parlare ed emerse qualche elemento in più della sua storia. Per lui, come per gli altri acromatopsici di Pingelap, la vita e la scuola erano state difficili: il sole non schermato lo accecava, letteralmente, , e in quelle condizioni non poteva uscire senza un panno scuro sugli occhi. Ciò non gli aveva consentito di unirsi ai giochi all’aperto degli altri bambini.
La sua acuità visiva era molto scarsa e, per poter leggere i libri di scuola doveva tenerli a pochi centimetri dagli occhi; siccome, però, era molto intelligente e pieno di risorse, aveva imparato presto a leggere e amava i libri. Sveglio e ambizioso, a diciassette anni James ottenne una borsa di studio per l’Università di Guam, dove passò cinque anni e si laureò in sociologia. Tornò a Pingelap pieno di idee coraggiose: voleva aiutare gli abitanti dell’isola a stimolare il commercio locale e a ottenere una migliore assistenza medica, specie per i bambini, voleva portare l’elettricità e l’acqua corrente in tutte le case, elevare gli standard didattici, introdurre nell’isola una consapevolezza politica, assicurare che a tutti gli abitanti di Pingelap – e soprattutto agli acromatopsici - fosse riconosciuto il diritto di ricevere l’educazione e l’istruzione che lui aveva dovuto conquistarsi lottando.
Nulla di tutto ciò era andato in porto: James aveva incontrato un’enorme inerzia e, a poco a poco, la ristrettezza di vedute dominante lo aveva fiaccato; lui stesso aveva smesso di lottare. Su Pingelap non riuscì a trovare un lavoro adeguato al suo livello di istruzione e al suo talento: l’isola, infatti, fondata su un’economia di sussistenza, non ha lavoro da offrire, a parte quello del personale sanitario, del giudice e di un paio di insegnanti.. Con il suo fare da universitario, le sue maniere e il suo aspetto nuovi, James orami non apparteneva più del tutto al piccolo mondo che si era lasciato alle spalle e si trovava messo da parte, come un estraneo.
pag. 68
Knut raccontò che poco tempo prima, sua sorella Britt, per dimostrare che era possibile, aveva fatto una giacca a maglia usando lane di ben sedici tinte diverse. […] La giacca aveva splendidi disegni ispirati alle leggende norvegesi , che però erano pressoché invisibili agli occhi delle persone normali , essendo stati ottenuti con tenui tonalità di marrone e di viola , colori non molto contrastanti. Britt, invece, che reagisce solo alle luminanze, li vedeva perfettamente. “E’ la mia arte speciale e segreta – diceva - bisogna essere completamente ciechi ai colori per poterli osservare.
L'isola dei senza colore, Oliver Sacks - Adelphi Editore

Luna – dodici anni – usa l’immaginazione per supplire alla vista carente. Delicata, fragile, subito amica di Zot, insieme bersaglio dei bulli perché diversi. Come è difficile gestire la diversità in una società poco sensibile.
Pagina 11 - Un bambino coi capelli tutti bianchi
(...) E se invece uno dice che è impossibile la cosa di un bambino coi capelli tutti bianchi, allora vuol dire che non esisto nemmeno io, che sono nata proprio così. Ho i capelli bianchi, la pelle bianca e gli occhi quasi trasparenti, devo stare attenta al sole che mi brucia e il mondo lo vedo poco e strano. Ma non è che sono una storia inventata, io sono albina. Succede. Ci sono uccelli albini, e pesci, e coccodrilli e scimmie e balene e tartarughe. Pure le piante possono essere albine, pure i fiori, è una cosa normalissima. Anche se per la gente no. La gente si lamenta sempre che la vita è tutta uguale e piatta e noiosa, ma se poi passa qualcuno che è un po' diverso allora si agita e si spaventa. Come i miei compagni, che pensano che sono la figlia del Diavolo, o un vampiro, che posso mandargli una maledizione o che magari gli attacco questa cosa e di colpo diventano tutti bianchi come me. Non lo so di preciso cosa pensano, so solo che è brutto quando ti prendono in giro perché sei diverso, ma è ancora più brutto quando hanno paura di prenderti in giro e ti stanno lontani. (...)
Pagina 16 - L’importante è che ci ho provato
(...) Anzi, Luca non ha nemmeno bisogno di andarci, a scuola: ha preso un bel voto pure questa settimana che sta in Francia a fare surf coi suoi amici. Ci ha raccontato che ieri la prof di filosofia aveva bisogno di interrogarlo, ma siccome non c’era gli ha messo 8 così, sulla fiducia, tanto Luca meno di 8 non prende mai e allora poteva stare tranquilla. E’ andata così, giuro, ce l’ha scritto proprio lui in un messaggio, io e la mamma abbiamo riso un sacco. Anche se sinceramente non è mica giusto. Cioè, io sono contenta per Luca, perché la filosofia non so bene cos’è ma lui la sa di sicuro, come sa tutto del mondo. Però ecco, non è giusto quando i professori fanno così, e non è giusto nemmeno quando mettono una nota a uno che arriva a scuola in ritardo o non ha fatto i compiti, e invece se lo faccio io no, a me sorridono e mi dicono che non devo preoccuparmi, perché secondo loro con la mia pelle bianca sono delicata e debole, e anche se sto in una classe normale non sono all’altezza degli altri e se sbaglio va bene lo stesso, l’importante è che ci ho provato.
Mi volevano pure dare un professore di sostegno, ogni anno me lo dicono e io ogni anno rispondo che non mi serve, e certe volte insistono, e allora ci pensa la mamma a dire che col sostegno non ci faccio nulla e che invece prendessero qualcuno per pulire i bagni, che puzzano di animali morti. E poi volevano darmi un computer, perché i libri per me sono scritti troppo piccoli e guardare le pagine mi sembra di vedere tante formiche dritte una accanto all’altra. Ma io uso una lente fatta apposta, la passo sulle righe e le ingrandisce, e anche se è pesante da spostare e mi fa girare un po’ la testa, con la lente riesco a leggere una mezz’ora di fila, che magari non è tanto ma è centomila volte più di molti miei compagni. Insomma, non è giusto che mi serve una lente per leggere, non è giusto che mi trattano meglio o peggio degli altri, non è giusto nulla di nulla. Ma soprattutto non è giusto che oggi è sabato e il mare sta là a due minuti, e invece non ci posso andare perché la mamma per qualche motivo misterioso mi obbliga a venire al catechismo. (…)
Pagina 19 - Essere albini in africa
(…) Stavo nel tunnel fino ai fianchi, continuavano a spingermi per le gambe e qualcuno mi scioglieva pure i lacci delle scarpe, e allora nella testa mi ripetevo quella cosa che penso sempre quando mi succede un’ingiustizia, e cioè che poteva andarmi anche peggio, potevo essere nata in Africa.
Che già essere albini e stare attenti al sole, in Africa, è un casino. Ma poi il problema è che laggiù gli albini durano pochissimo: sono lì nel villaggio che camminano tranquilli, arriva una jeep e saltano giù delle persone con dei coltelli giganti, li ammazzano e li portano via. Perché gli stregoni ci fanno delle pozioni magiche con le gambe e le mani e i capelli e il sangue degli albini. Tutti i pezzi vanno bene, e infatti quando muore un albino la famiglia lo deve murare sottoterra, sennò di notte qualcuno scava e ruba le parti che gli servono e piano piano non ci rimane nulla. Se poi sei una femmina come me, allora è anche peggio perché gli uomini che hanno l’Aids credono che se vanno a letto con un’albina poi guariscono. E così ti violentano, ti attaccano l’Aids e buonanotte a tutti.
E insomma, questo per dire che a me adesso non mi andava così male: mi infilavano dentro i copertoni dove magari prendevo qualche infezione, sì, ma di sicuro non prendevo l’Aids, e invece di tagliarmi le gambe mi scioglievano solo le stringhe. E allora mentre stavo lì mi ripetevo “Potevi essere in Africa, potevi essere in Africa…”, (…)
Pagina 33 - il sole non le fa bene
(…) e adesso prendi Luna, vi comprate la pizza e ve la mangiate da qualche parte all’aperto. E cioè al mare. Luna vuole sempre andare al mare, come suo fratello. Anche se non dovrebbe, anche se il sole non le fa bene per niente e deve tenere la felpa col cappuccio e gli occhialoni da sole, più un chilo di crema addosso… (…)
Pagina 223 - Schiaffi e carezze
<<(…) Sono schiaffi ragazzi, schiaffi tutti i giorni: è meglio che imparate subito a prenderli.>>
Ferro dice così e poi si butta indietro sulla sedia, si volta verso la mamma, chiede quando si cena che muore di fame.
<<Sì nonno, però…>> fa Zot. <<Però secondo me l’importante è non abituarsi mai a questi schiaffi. Non giungere al punto in cui il nostro viso diventa insensibile, perché poi quando finalmente arriva quella carezza meravigliosa, ecco, dobbiamo sentirla bene e godercela fino in fondo >> dice, con un sorriso pieno e gli occhi fissi al piatto. Anche la mamma si gira per guardarlo, e per un attimo in cucina c’è solo un grande silenzio che nessuno vuole rompere. (...)
Pagina 297 - Nero bianco e grigio
(…) <<però non è giusto per nulla>> dico. Non è che lo penso solamente, lo dico proprio. Perché insomma, cavolo, non è giusto per nulla.
<<Ma cosa Luna?>>
<<Che lo trattano così male, poveraccio.>>
<<Ma chi?>>
<<Lo spazzacamino. Ma perché lo trattano così?>>
<<Perché è nero>> dice Ferro. <<A forza di lavorare nei camini è tutto nero e allora la gente gli sta lontana .>>
<<Vabbè, ho capito, ma a me mi stanno lontani perché sono tutta bianca. Come deve essere uno per piacere alla gente?>>
Lo dico, e per un attimo non risponde nessuno, anche perché secondo me una risposta non c’è mica. Poi però il signor Sandro fa: <<Sa Luna, mi sa che a questo mondo, se vuoi piacere alla gente, devi essere grigio come loro. Noi non siamo grigi, e ce la fanno pagare ogni giorno>>. (...)
Pagina 328 - Sentirsi bene è quando non senti niente?
(...) Qua dentro posso tenere gli occhi aperti e rilassati, la testa non mi fa male, non sento bruciore e la luce non mi abbaglia, ma chi cavolo l’ha detto che sentirsi bene è quando non senti niente? E’ come dire che divertirsi è quando non ti stanchi, che essere felici è quando non ti succede nulla di brutto. E lo so che tanti vivono così, ma allora vuol dire che quelli lì sono scemi. E più mi sento al mio posto qua dentro e più mi sale la rabbia, e infatti mi rigiro subito, vado verso il portone e faccio per uscire. (…)
Pagina 360 - Le stelle… una luce unica spalmata sul nero
(…) Mi tiro su il cappuccio della felpa e parto, e le stelle lassù sono così forti che friggono nel cielo. In realtà non è che le vedo bene una per una, vedo una luce unica spalmata sul nero, ma la mamma e luce mi hanno sempre detto che invece sono come tanti puntini luminosi, e questa cosa dev’essere bella ma secondo me è ancora più bella come la vedo io, una cosa sola e immensa e magica. (…)
Pagina 365 - La leggenda della ragazza fantasma
(…) Voglio vivere qua in mezzo, voglio starci per sempre e non uscire più. Così nasce la leggenda della ragazza fantasma che ogni tanto si vede vagare nelle notti di luna piena, e se qualcuno mi incontra davvero scappa via terrorizzato, e poi racconterà “L’ho vista, giuro, l’ho vista, è tutta bianca, coi capelli bianchi e gli occhi trasparenti, è proprio un fantasma!”.Perché in fondo è questo che sono, un fantasma che non è ancora morto,. Non ho poteri magici, non posso prevedere il futuro o parlare con l’Aldilà. E la mamma e la signora Gemma e tutti quanti a dirmi che sono una creatura unica, che sono speciale. Ma non è vero, o non sono speciale, io sono solo strana, sono venuta male, e il resto sono solo bugie.
Ai grandi gli piace proprio raccontare le bugie. (…)
Chi manda le onde, Fabio Genovesi
Edizione Mondadori - I edizione febbraio 2015

So di non essere un normale ragazzino di dieci anni. Sì, insomma, faccio cose normali, naturalmente. Mangio il gelato. Vado in bicicletta. Gioco a palla. Ho l’Xbox. E cose come queste fanno di me una persona normale . Suppongo. E io mi sento normale. Voglio dire dentro.
Ma so anche che i ragazzini normali non fanno scappare via gli altri ragazzini normali fra urla e strepiti ai giardini. E so che la gente non li fissa a bocca aperta ovunque vadano.
Se trovassi una lampada magica e potessi esprimere un desiderio, vorrei avere una faccia cosi normale da passare inosservato. Vorrei camminare per strada senza che la gente, subito dopo avermi visto, si volti dall’altra parte. E sono arrivato a questa conclusione: l’unica ragione per cui non sono normale è perché nessuno mi considera normale.
Ma in un cero senso posso dire che ormai mi sono abituato al mo aspetto fisico. So come fingere di non notare la faccia che fa la gente. Siamo diventati tutti abbastanza bravi, in questo genere di cose: io, mamma, papà e Via.
Anzi, no, mi rimangio la parola. Via non è affatto brava. Si irrita parecchio quando qualcuno fa lo scemo con me. Come quella volta ai giardini, quando dei ragazzi più grandi si sono messi a fare dei versi. Per la verità non so nemmeno bene cosa dicessero, perché non li ho sentiti, ma Via sì, e ha cominciato a gridargli dietro di tutto. E’ fatta così, lei. Io no.
Via non mi considera normale. Lei dice di sì, ma se fossi normale non avrebbe tutto questo bisogno di proteggermi. Nemmeno mamma e papà mi considerano normale. Credo che l’unica persona al mondo che capisce quanto sono normale sono io.
Mi chiamo August, per inciso. Non mi dilungo a descrivere il mio aspetto. Tanto, qualunque cosa stiate pensando, probabilmente è molto peggio. (…)
Wonder, R.J. Palacio
Edizione Giunti

LA DIVERSITÀ COME CHIAVE DI LETTURA
“”E’ posseduto dal demonio”“Impossibile! E’ assolutamente impossibile che un lattante sia posseduto dal demonio…. Ha forse un cattivo odore?”“Non ha nessun odore”, disse la balia.“Ecco, vedi? Questo è un segno inequivocabile. Se fosse posseduto dal demonio dovrebbe puzzare.”E per tranquillizzare la balia e nel contempo dar prova del proprio coraggio, Terrier sollevò il canestro e se lo mise sotto il naso “Non sento niente di particolare”, disse, dopo aver annusato per un momento “ad ogni modo, mi sembra che dalle fasce provenga un certo odore.”“Non è questo”, disse la balia, brusca, e allontanò il canestro da sé. “i suoi escrementi hanno un buon odore. E’ lui, il bastardo, che non ha odore.”“Perché è sano”, gridò Terrier, “perché è sano, ecco perché non ha odore!. Soltanto i bambini malati hanno odore. Perché dovrebbe puzzare? Puzzano i tuoi figli?”“No”, disse la balia. “I miei figli hanno l’odore che tutti i bambini devono avere”“Dunque tu affermi di sapere che odore dovrebbe avere un bambino, che comunque è pur sempre - questo vorrei ricordartelo, tanto più quando è battezzato – una creatura di Dio? “”Sì”, disse la balia, “questo lattante mi fa ribrezzo perché non ha l’odore che i bambini devono avere.”“Ma dimmi, per favore, : che odore ha un lattante quando ha l’odore che tu ritieni debba avere? Eh?”La balia esitò. Sapeva bene che odore avevano i lattanti, lo sapeva benissimo, ne aveva nutriti, cullati, curati, baciati già a dozzine… di notte poteva trovarli a naso, l’odore del lattante l’aveva chiaro anche adesso nel naso. Ma non l’aveva mai definito con parole.“Dunque”, cominciò la balia, “non è molto facile da dire perché…perché non hanno lo stesso odore dappertutto, benché dappertutto abbiano un buon odore, padre, capisce, prendiamo i piedi ad esempio… lì hanno un odore come di pietra calda liscia…no, piuttosto di ricotta,… oppure di burro, di burro fresco, sì, proprio così, sanno di burro fresco. E i loro corpi hanno l’odore di…di una galletta quando è inzuppata nel latte.
E la testa, in alto, dietro, dove i capelli fanno la rosa,… hanno un odore di caramello, così dolce, così squisito. Una volta sentito questo odore bisogna amarli, che siano figli propri o di altri. E questo è l’odore che devono avere i neonati, questo e nessun altro. E se non hanno questo odore, se sulla testa non hanno nessun odore, ancor meno dell’aria fresca, come questo qui, il bastardo, allora...allora..."
Con il poco che c’era di olii di fiori, di acque e di spezie, un profumiere medio non avrebbe potuto fare grandi cose. Tuttavia Grenouille, al primo fiuto, capì che le sostanze presenti erano più che sufficienti per i suoi scopi. Non voleva creare un grande profumo; non voleva miscelare un’acquetta di prestigio, qualcosa che emergesse dal mare della mediocrità e ammansisse la gente. Le comuni essenze di neroli, eucalipto e foglie di cipresso dovevano soltanto nascondere il vero profumo che si era proposto di creare: il profumo dell’umano.Anche se per il momento sarebbe stato soltanto un cattivo surrogato, voleva appropriarsi dell’odore degli uomini, che lui stesso non possedeva.. Certo non esisteva l’odore degli uomini, così come non esisteva il volto umano. Ogni uomo aveva un odore diverso, nessuno lo sapeva meglio di Grenouille, che conosceva migliaia e migliaia di odori individuali e distingueva al fiuto gli esseri umani già dalla nascita.. E tuttavia esisteva una nota fondamentale dell’odore umano, del resto abbastanza semplice: una nota fondamentale di sudore grasso, di formaggio acidulo, ugualmente propria a tutti gli uomini e al di sopra della quale, più raffinate e più isolate, aleggiavano le nuvolette di un’un’aura individuale.Ma quest’aura, la sigla estremamente complessa, inconfondibile, dell’odore personale, era comunque impercettibile per la maggior parte degli uomini.. i più non sapevano di possederla, oppure facevano di tutto per nasconderla sotto i vestiti e sotto odori artificiali alla moda.Conoscevano bene soltanto quell’aroma di fondo, quell’esalazione primitiva d’umano, in essa soltanto si sentivano e si sentivano protetti, e chiunque emanasse quell’ effluvio comune era da essi considerato come un loro pari.Fu uno strano profumo quello che Grenouille inventò quel giorno. Fino allora non ce n’era mai stato uno più strano.Non aveva l’odore di un profumo, bensì di un uomo che ha un profumo. Quando uscì per strada, fu colto da un’improvvisa paura, perché sapeva di emanare un odore umano per la prima volta in vita sua. A lui però sembrava di puzzare, di puzzare in modo assolutamente ripugnante. E non riusciva a figurarsi che altri non trovassero ugualmente ripugnante il suo odore, e non osò dirigersi subito verso l’osteria, dove lo stavano aspettando.Gli sembrava meno rischioso prima sperimentare la nuova aura in un ambiente anonimo. Fin dall’infanzia era abituato al fatto che le persone che gli passavano accanto non lo notavano in alcun modo, non per disprezzo, come aveva creduto un tempo, ma perché proprio non si accorgevano della sua esistenza. Non c’era stato spazio intorno a lui, non onda che lui mandasse nell’atmosfera, non c’era stata ombra, per così dire, che avesse potuto gettare sul volto degli altri.Ma ora, Grenouille avvertì e constatò con chiarezza – e ogni volta che lo constatava era pervaso da un forte sentimento d’orgoglio - che esercitava un effetto sulle persone. Quando passò accanto a una donna china sul bordo di una fontana, notò che essa alzava un attimo il capo per vedere chi fosse e poi, evidentemente tranquillizzata, si volgeva di nuovo verso la propria secchia. I bambini che incontrava si facevano indietro, non per paura, ma per fargli posto; e anche quando uscivano di corsa dall’ingresso laterale di una casa e urtavano bruscamente contro di lui, non si spaventavano, ma sgusciavano via con naturalezza, come se avessero avuto il presentimento della sua persona che si avvicinava.Grenouille si mescolò alla folla. Diede spintoni, s’insinuò, voleva andare dove le persone erano più fitte, a contatto di pelle voleva averle, voleva sfregare il proprio profumo direttamente contro i loro nasi. E in quello spazio angusto e stipato allargò braccia e gambe e si slacciò il colletto, affinché il profumo potesse fuoriuscire liberamente dal suo corpo… e immensa fu la sua gioia quando si accorse che tutti quegli uomini e donne e bambini pigiati intorno a lui inalavano il suo odore come quello di un loro simile e che accettavano lui, Grenouille, la prole del diavolo, in mezzo a loro, come uomo fra uomini.
Il profumo. Patrick Suskind - Edizioni TEA

Riporto le ultime pagine del racconto, in cui l’uomo invisibile viene colpito a morte, e allora ritorna alla visibilità.
Fu colpito con forza sotto l’orecchio e avanzò barcollando nel tentativo di affrontare il suo invisibile antagonista. Riuscì a tenersi in piedi e sferrò un pugno in aria, poi fu colpito ancora sotto la mascella e cadde riverso a terra ... Kemp afferrò i polsi, udì il suo assalitore lanciare un grido di dolore e poi la vanga dell’operaio volò sopra di lui e colpì qualcosa che emise un tonfo profondo. Kemp sentì una goccia di vapore umido in viso, la stretta alla gola di colpo si allentò, con uno sforzo convulso si liberò, afferrò una spalla che rimase passiva e rotolò sopra il suo avversario, afferrò i gomiti invisibili e li premette a terra. “L’ho preso! – gridò Kemp – aiuto, aiuto! Tenetelo, è qui! Tenetegli i piedi!”Dopo un secondo, ci fu una partecipazione generale alla lotta, e uno che fosse sopraggiunto in quel momento avrebbe pensato che stessero giocando una partita di rugby molto violenta. Non si sentì nessun altro grido dopo quello di Kemp: solo il tonfo dei colpi, il rumore dei piedi e un ansimare pesante.. Poi l’uomo invisibile, con uno sforzo sovrumano, riuscì ad alzarsi. Kemp gli si buttò addosso come un cane su un cervo e una dozzina di mani colpirono e lacerarono quel corpo invisibile ...Il grappolo dei lottatori si abbassò di nuovo, ci furono – temo – anche calci violenti, poi all’improvviso si udì un grido selvaggio “Pietà!” che si spense subito, in un gorgoglio soffocato. “Indietro, disgraziati, indietro!” gridò Kemp con voce soffocata, e molte figure robuste incominciarono a spingere indietro. “E’ ferito, vi dico, state indietro!” Ci fu un vivace movimento per lasciare un po’ di spazio libero, poi il cerchio di quei volti impazienti vide inginocchiarsi il medico, a una ventina di centimetri dal suolo, premendo a terra braccia invisibili. Dietro di lui un poliziotto teneva caviglie invisibili.”Non lasciatelo andare! - gridò il grosso operaio tenendo ancora in mano la vanga macchiata di sangue – ci vuole prendere in giro!” “No – disse il medico alzando cautamente un ginocchio – lo sosterrò io:” Il suo volto era tutto ammaccato e già si stava arrossando. Parlava a fatica, perchè un labbro gli sanguinava. Abbassò una mano e sembrò tastare una faccia. “La bocca è tutta bagnata – disse, poi – mio Dio...” Si alzò di colpo e poi si inginocchiò accanto a quel corpo invisibile.La gente spingeva e si introduceva nel gruppo, mentre altre persone venivano intanto ad aumentare la pressione della folla. Quasi nessuno parlò. Kemp tastò intorno e sembrava muovesse le mani attraverso l’aria vuota. “Non riesco a sentirgli il polso...il suo fianco.....” “ Ecco...OOH ! - Una vecchia, guardando da sotto un braccio del grosso operaio, mandò un grido acuto -“Osservate qua!” – disse, indicando con un dito grinzoso. E guardando ciò che ella indicava tutti videro il profilo di una mano pallida e trasparente, come fosse fatta di vetro: vi si distinguevano vene e arterie, ossa e nervi: una mano abbandonata e aperta. Mentre tutti la guardavano diventava sempre pùì opaca. “Ehi – gridò il poliziotto – ehi, adesso un piede!”.E così, prima dalle mani e dai piedi, poi lentamente lungo le membra fino ai centri vitali, continuò quello strano mutamento: ritornava a essere visibile.Era come il lento espandersi di un velenoPrima comparvero le venuzze bianche, che tracciarono un abbozzo grigiastro indistinto delle membra, poi le ossa trasparenti e il disegno intricato delle vene. Poi pelle e carne: prima si vedevano solo come una debole nebbia, poi rapidamente diventarono dense e opache. Dopo un po’, la folla potè vedere il torace aperto da una ferita, le spalle e i contorni confusi di quel volto teso e deformato. Quando infine la folla lasciò posto a Kemp e questi si potè alzare, in terra giaceva, nudo e pietoso, il corpo di un giovane sulla trentina. Aveva capelli e sopracciglia bianchi, non grigi per l’età, ma bianchi: bianchi come quelli degli albini, e gli occhi rossi, come rubini. Le mani erano strette a pugno, gli occhi spalancati, e il volto aveva un’espressione di rabbia e di sgomento insieme. “Copritegli il viso – gridò un uomo – per amor del cielo, coprite quel viso!” Qualcuno portò un lenzuolo: lo coprirono e lo portarono dentro. Ed egli rimase là, su un letto sordido, in una stanza disadorna, male illuninata, circondato da una folla ignorante ed eccitata, ferito e martoriato, tradito e non compianto. Lui, il primo fra tutti gli uomini che riuscì a rendersi invisibile, il piì dotato fra tutti i fisici che il mondo abbia mai avuto, finì la sua strana e
terribile carriera in modo veramente tragico.
Così finisce la storia dello strano e malvagio esperimento dell’uomo invisibile e, se volete saperne di più, dovete andare in una piccola locanda vicino a Port Stew e parlare con il padrone. L’insegna della locanda è un’asse vuota, con su dipinti solo un cappello e un paio di scarpe: si chiama come il titolo di questo racconto.
L'uomo invisibile, H. G. Wells - Gruppo Editoriale Mursia

Che cosa non va in Tim, che tutti considerano malato?
Ad un raduno di famiglia, i parenti si sentono a disagio con la sua condizione: chi lo prende in giro, chi fa finta di non vederlo, chi gli fa coraggio, con tenerezza o commiserazione, chi lo rassicura che, crescendo, diventerà come gli altri. Insomma, tutte le reazioni che si hanno con un “diverso”. Infatti Tim è proprio diverso dai suoi familiari, anche se non capiamo subito in cosa consista la sua diversità.
Capiamo, invece presto, che sono “loro” ad avere un rapporto strano con la condizione umana.
«Ecco che arrivano» disse Cecy, supina nel letto.«Dove sono?» esclamò Timothy dalla soglia.«Alcuni sono sull'Europa, alcuni sull'Asia, altri sulle Isole, altri ancora sul Sud America!» disse Cecy, tenendo chiusi gli occhi dalle lunghe ciglia castane e frementi.Timothy venne avanti sul tavolato nudo della stanza del piano di sopra. «Chi c'è?»«Zio Einar, zio Fry, il cugino William, e vedo Frulda, Hel-gar, zia Morgiana, la cugina Vivian, vedo anche zio Johann! Arrivano tutti a gran velocità!»«Sono alti nel cielo?» gridò Timothy. I suoi occhietti grigi lampeggiavano. In piedi accanto al letto non mostrava più dei suoi quattordici anni. Fuori il vento soffiava, la casa era al buio, rischiarata solo dalle stelle.«Arrivano attraverso l'aria e viaggiando al suolo in molte forme» disse Cecy, nel suo sonno. Non si muoveva, sul letto; pensava internamente e diceva quel che vedeva. «Vedo un essere simile a un lupo che attraversa un fiume scuro, sulle secche, appena a monte della cascata, e il lume delle stelle riluce sulla sua pelliccia. Vedo una foglia secca di quercia che si libra alta nel cielo. Vedo un pipistrellino che vola. Vedo molti altri esseri che corrono sugli alberi delle foreste e sgusciano lungo i rami più alti. Tutti vengono da questa parte!»«Saranno arrivati domani sera?» Timothy si afferrava alle lenzuola.
Il ragno sul risvolto del suo giubbetto oscillava come un pendolo nero, danzando eccitato. Egli si chinò sulla sorella. «Arriveranno a tempo per il Raduno?»«Sì, Timothy, sì» sospirò Cecy. S'irrigidì. «Non chiedermi altro. Vattene, adesso. Lasciami viaggiare nei luoghi che amo.»«Grazie, Cecy» egli disse. Una volta fuori nel corridoio, corse nella sua camera. Rifece il letto in fretta. S'era appena svegliato, qualche minuto fa, al tramonto, e poiché erano spuntate le prime stelle era andato da Cecy a sfogare la sua eccitazione per la prossima festa. Lei ora dormiva così tranquillamente che non si udiva alcun rumore. Mentre Timothy si lavava la faccia, il ragno penzolava dal suo collo esile, in cima a un laccio argenteo. «Pensa un po' Ragno! Domani sera è la vigilia d'Ognissanti!»Alzò il viso e si guardò nello specchio. Era l'unico specchio ammesso in casa: una concessione di sua madre alla sua infermità. Oh, se solo egli non fosse stato così malaticcio! Aprì la bocca, osservò i denti mediocri, insufficienti, che la natura gli aveva dato. Erano appena dei granelli di granoturco, rotondi, teneri e pallidi, nelle sue gengive. Un po' del suo entusiasmo si spense.Adesso era venuto completamente buio ed egli accese una candela per vedere. Si sentiva esausto. Da una settimana, l'intera famiglia viveva all'antica maniera del paese natio. Dormiva di giorno, si alzava al tramonto per andare in giro. Egli aveva delle profonde occhiaie azzurre. «Ragno, non valgo niente» disse piano all'esserino. «Non m'abituo nemmeno a dormire di giorno come gli altri.»Prese il candeliere. Oh, avere denti forti, con degli incisivi simili a picche d'acciaio! O almeno mani forti, mente forte. Almeno avere la capacità di mandare la mente lontano, come Cecy. Invece no: egli era il minorato, l'ammalato. Aveva persino (tremò e si tirò più vicina la fiammella della candela) paura del buio. I suoi fratelli lo consideravano con disprezzo. Bion, Léonard e Sam. Ridevano di lui perché dormiva in un letto.
Per Cecy, la faccenda era diversa; il letto faceva parte della comodità occorrente per potere spedire la mente a caccia lontano. Ma Timothy, dormiva forse come gli altri, in quelle meravigliose casse lucidate? No! La mamma gli faceva avere un letto, una camera tutta per sé, uno specchio. Non c'era da meravigliarsi che la famiglia lo evitasse come il crocifisso d'un uomo di chiesa. Se almeno dalle scapole gli fossero spuntate le ali! Si denudò la schiena, la osservò. Trasse un altro sospiro. Macché. Neanche pensarci. Mai.Rumori eccitanti e misteriosi venivano dal pianterreno, il fruscio del crespo nero per parare tutti i corridoi, i soffitti, gli usci. E lo scoppiettio delle candele nere accese nel pozzo delle scale attorniato dalle balaustrate. Ecco la voce alta e decisa di sua madre. La voce del padre che risonava dall'umida cantina. Bion che veniva da fuori nella vecchia casa di campagna trascinando grandi orci da due galloni.«Devo proprio andare alla festa, Ragno» disse Timothy. Il ragno roteò all'estremità della sua seta e Timothy si sentì solo. Avrebbe lucidato casse, cercato funghi velenosi e ragni, appeso crespi; ma, cominciata la festa, l'avrebbero ignorato. Meno si vedeva o si parlava del figlio mal riuscito, e meglio era.Abbasso, Laura correva per tutta la casa gridando allegramente: «Il Raduno! Il Raduno!». I suoi passi risuonavano dappertutto al tempo stesso.Timothy ripassò davanti alla camera di Cecy, che dormiva silenziosamente. Lei andava a pianterreno una volta al mese. Restava sempre a letto. La cara Cecy. Ebbe voglia di chiederle: «E adesso, dove sei, Cecy? In chi sei? E che sta accadendo? Sei oltre le colline? E lì che cosa succede?». Invece proseguì fino alla camera di Ellen.Seduta al suo tavolino, stava scegliendo fra varie specie di capelli, biondi, rossi e neri, e di piccole scimitarre d'unghia, raccolte grazie il suo lavoro di manicure al salone di bellezza del Mellin Village, a ventitré chilometri da lì. In un angolo stava una robusta cassa di mogano, con su il suo nome.«Vattene» gli disse lei, senza nemmeno guardarlo. «Non posso lavorare se stai lì a bocca aperta.»«Vigilia d'Ognissanti, pensa, Ellen!» egli disse, cercando di passare sul piano amichevole.«Uah!» Ella mise dei ritagli d'unghia in un sacchettino bianco, e lo segnò. «Che importanza ha, per te? Che cosa ne sai? Ti spaventerai da morire. Torna a letto.»Egli si sentì bruciare le gote. «C'è bisogno di me per lucidare, far lavori, aiutare nel servizio.»«Se non te ne vai, domani troverai in letto una dozzina d'ostriche crude» disse Ellen con la massima naturalezza. «Ciao, Timothy.»Precipitandosi abbasso, rabbioso, si scontrò con Laura.«Bada dove vai!» ella strillò a denti stretti. E passò via impetuosamente.Egli corse alla porta aperta della cantina, fiutò il tiraggio d'aria odorante di terra umida che veniva dal basso. «Padre?»«Era ora!» gridò il babbo, su per i gradini. «Presto, vieni giù, o saranno qui prima che noi si sia pronti!»Timothy indugiò appena quel tanto che gli permise d'udire mille altri rumori per la casa. I suoi fratelli andavano e venivano come i treni in una stazione, parlando e discutendo. Rimanendo fermi in un punto, si sarebbe vista sfilare tutta la casata, con le mani pallide piene di cose varie. Léonard, con la sua cassetta farmaceutica nera, Samuel reggendo sotto il braccio il suo librone polveroso rilegato in nero ebano e portando altro crespo nero, e Bion che compiva escursioni fino all'auto ferma fuori per portare in casa altri galloni di liquido.Il babbo s'interruppe di lucidare, per dare a Timothy uno straccio e un'occhiata corrucciata. Picchiò sulla grande cassa di mogano. «Su, lucida questa, che ne attacchiamo un'altra.»Mentre passava la cera sulla superficie, Timothy guardò l'interno.«Zio Einar è un omone, vero, papà?»«Uh-uh.»«Quant'è grande?»«Te lo può dire la dimensione della cassa.» «Dicevo per dire. È alto due metri e dieci?» «Parli troppo.»Circa le nove di quella sera, Timothy uscì, nel clima ottobrino. Per due ore, nel vento ora tiepido ora freddo, egli andò per i prati a raccogliere funghi velenosi e ragni. Aveva di nuovo il cuore pieno d'aspettativa. Quanti parenti aveva detto mamma che sarebbero venuti? Settanta? Cento? Oltrepassò una fattoria. Se solo sapeste quel che sta succedendo a casa nostra, disse alle finestre illuminate. Salì su un'altura e guardò, a chilometri di distanza, la città che stava preparandosi al sonno, con l'orologio del palazzo comunale che spiccava alto, tondo e bianco in lontananza. Neanche la città sapeva niente. Portò a casa vari barattoli di funghi velenosi e di ragni.Nella cappelletta del sottoscala si celebrò una breve cerimonia. Fu uguale a tutti gli altri riti degli anni scorsi, con il babbo che cantava i versetti oscuri, la madre che con le belle mani eburnee impartiva le benedizioni alla rovescia, e tutti i figli presenti, eccetto Cecy stesa di sopra, a letto. Ma Cecy era presente. Faceva capolino ora dagli occhi di Bion, ora da quelli di Samuel, ora da quelli della mamma, poi sentivi un sommovimento e ora lei era fugacemente in te, per sparire subito.Timothy pregò il Tenebroso, con una morsa alla bocca dello stomaco. «Ti prego, ti prego, aiutami a crescere, aiutami a essere come i miei fratelli e sorelle. Non permettere ch'io sia diverso. Se almeno sapessi mettere i capelli nelle figure di plastica, come fa Ellen, o far innamorare la gente di me, come fa Laura con la gente, o leggere libri strani, come fa Sam, o fare un lavoro stimato, come Léonard e Bion. O magari metter famiglia un giorno, come hanno fatto la mamma e il babbo...»A mezzanotte un temporale martellò la casa. Il fulmine cadeva, fuori, con saette stupefacenti, bianche come la neve. S'udiva un rumore come di tornado in arrivo, una tromba d'aria che tastava, risucchiava, annusava e aspirava l'umidore notturno della terra.
Poi la porta d'ingresso fu quasi sbalzata dai cardini, rimanendo penzolante di sbieco, ed entrarono il nonno e la nonna, arrivati dritti dal paese natio.Da quel momento in poi, arrivò gente a tutte l'ore. La finestra laterale svolazzò, fu bussato sulla veranda di facciata oppure alla porta di servizio, dalla cantina venivano chiassi pazzi, il vento d'autunno s'ingolfava giù per la gola del camino cantilenando. Mamma riempiva il cristallo della gran patera da punch d'un fluido rosso, versato dalle bigonce portate a casa da Bion. Babbo andava di stanza in stanza ad accendere altre candele. Laura ed Ellen battevano altro aconito. E in mezzo a questo sfrenato trambusto Timothy stava, con il viso senza espressione, con le braccia penzoloni; a guardare di qua e di là. Sbattimenti di porte, risate, il rumore del liquido versato, tenebre, voce del vento, rombo palmato di ali,.passi felpati, esplosioni di voci di benvenuto a ogni nuovo arrivo, vibrazioni trasparenti d'imposte, passaggio, ondeggiamento, andirivieni d'ombre.«Ma guarda, guarda! Questo dev'essere Timothy!»«Eh?»Una mano diaccia gli prese la sua. Un viso lungo e peloso si chinò su di lui. «Un buon ragazzo, un bel ragazzo» disse lo sconosciuto.«Timothy» disse sua madre «questo è lo zio Jason.»«Ciao, zio Jason.»«E laggiù...» La mamma si portò via zio Jason. Il quale si volse a dare una guardatina in tralice a Timothy, oltre le spalle mantellate, e gli strizzò l'occhio.Timothy rimase solo.Nelle tenebre piene di candele egli udì, come mille chilometri lontana, una voce acuta e flautata. Era Ellen. Diceva: «I miei fratelli sono intelligenti. Indovina, zia Morgiana, qual è la loro occupazione?».«Non saprei davvero.»«Gestiscono l'impresa di pompe funebri della città.»«Che mi dici!» Un'esclamazione soffocata di meraviglia.«Proprio così.» Una risata stridula. «Non è buona, questa?»Timothy stava lì, fermo fermo.Una pausa fra le risa. «Il sostentamento, per mamma, papà, per tutti noi» diceva Laura «lo portano a casa i miei fratelli. Eccetto, naturalmente, Timothy...»Cadde un silenzio imbarazzato. La voce di zio Jason chiese: «Ebbene? Su! Che ha, Timothy?».«Oh, Laura, quella tua linguaccia...» disse la madre.Laura continuò. Timothy chiuse gli occhi. «Timothy non... be'... non gradisce il sangue. È delicato.»«Imparerà» disse la mamma, con molta fermezza. «È figlio mio, imparerà. E ha solo quattordici anni.»«Ma io sono stato svezzato con esso» disse zio Jason con una voce che passava da una stanza all'altra. Fuori il vento suonava gli alberi come arpe. Un po' di pioggerella spruzzava le finestre... mentre lo "svezzato con esso" si spegneva fiocamente.Timothy si morse le labbra e aprì gli occhi.«Be', è stata tutta colpa mia.» La mamma li stava conducendo in cucina, adesso. «Ho cercato di sforzarlo. I bambini, quando sono piccoli, non bisogna sforzarli: serve solo a dar loro la nausea e così, poi, non prendono più gusto alle cose. Prendete Bion, per esempio: è arrivato a tredici anni prima di... »«Capisco» mormorò zio Jason. «Timothy si riprenderà.»«Ne sono certa» disse la mamma con tono di sfida.Le fiammelle delle candele rabbrividivano per le ombre che attraversavano e riattraversavano la dozzina di camere ammuffite. Timothy sentiva freddo. Sentì nelle narici odore di sego caldo e istintivamente, afferrata una candela, andò in giro con quella per la casa, fingendo di mettere a posto i crespi.«Timothy» sussurrava qualcuno dietro un divisorio tappezzato, facendo sfrigolare e sibilare le parole. «Timothy ha paura del buio.»Era la voce di Léonard. Quell'odioso Léonard!«Mi piace la luce di candela, ecco tutto» disse Timothy in un bisbiglio di rimprovero.Altri tuoni, altri fulmini. Cascate di risa. Colpi metallici, tintinnii, grida, fruscii di stoffe. Attraverso la porta d'ingresso irruppe una foschia viscosa e da questa foschia, ripiegando le ali, venne avanti un uomo alto.«Zio Einar!»Timothy si spinse, sulle sue gambucce, dritto nella foschia, sotto quelle grandi ombre verdi e palmate. Si gettò nelle braccia di Einar. Questi lo alzò da terra.«Hai le ali, Timothy!» Gettò in aria il ragazzetto leggero come una piuma. «Le ali, Timothy; vola!» Sotto, i volti roteavano. Le tenebre vorticavano. La casa spariva in un soffio. Timothy si sentiva come una brezza. Sbatteva le braccia. Le dita di Einar lo colsero e lo rimandarono al soffitto. Il soffitto veniva giù come un muro carbonizzato. «Vola, Timothy!» gridava Einar, con voce forte e profonda. «Vola con le ali! Le ali!»Egli provava un'estasi squisita nelle scapole, come se vi crescessero delle radici, spingendo per esplodere e fiorire in membrana nuova e umida. Egli balbettava cose sconnesse; Einar lo lanciò in alto un'altra volta.Il vento d'autunno invadeva la casa come una marea, mentre la pioggia cadeva a rovesci, scotendo le travi, costringendo i lampadari a inclinare le candele impazzite. E i cento parenti facevano capolino da tutte le camere nere e incantate, venendo a stringersi in cerchio, in tutte le loro forme e dimensioni, attorno al punto in cui Einar bilanciava il ragazzino come un bastone di tambur maggiore negli spazi ruggenti.Finalmente Einar gridò: «Basta!».Timothy, esaltato, esausto, depositato sul tavolame del pavimento, si strinse a zio Einar, singhiozzando felice: «Oh, zio, zio, zio!».«T'è piaciuto volare, eh, Timothy?» disse zio Einar, chinandosi ad accarezzare la testa di Timothy. «Bene, bene.»L'alba s'avvicinava. La maggior parte era arrivata ed era pronta a coricarsi per le prime luci, dormire immobile senza emettere alcun suono fino al tramonto successivo, quando sarebbe balzata gridando dalle casse di mogano, per la gran baldoria.Zio Einar, seguito da decine d'altri, si diresse in cantina. La mamma li guidava alle l'ile sovrapposte e stipate di casse tirate a lucido. Einar, con le ali simili a teli impermeabili verdemare, ripiegate a tenda dietro di lui, si muoveva producendo un curioso sibilo lungo il disimpegno; se le sue ali toccavano qualcosa, producevano il suono di pelli di tamburo battute piano.Di sopra, Timothy si sdraiò stancamente, cercando di amare il buio. Nelle tenebre si potevano fare tante cose senza temere le critiche della gente, che non aveva modo di vederti. In realtà, la notte gli piaceva; ma non senza riserva: talvolta la notte era tanta da farlo ribellare e gridare.In cantina, ante di mogano calavano e si chiudevano, tirate dall'interno da mani pallide. Nei cantucci, certi parenti giravano tre volte su se stessi per acciambellarsi, con la testa sulle zampe e con le palpebre chiuse. Sorgeva il sole. Tempo di dormire.Tramonto. La baldoria esplose come un nido di pipistrelli colpito in pieno, stridendo, svolazzando, sparpagliandosi. Le porte delle casse si spalancavano con un botto. Dei passi si precipitavano su dall'umidità della cantina. Altri ospiti in ritardo, che calciavano alle porte anteriori e posteriori, venivano fatti entrare.Pioveva, e gli ospiti inzuppati posavano su Timothy le mantelle, i cappelli picchiettati dall'acqua, i veli spruzzati. Egli li portava in uno sgabuzzino. Le stanze erano gremite. La risata di un cugino partiva da una stanza, deviava sulla parete di un'altra, rimbalzava, planava e tornava all'orecchio di Timothy, precisa e cinica.Un sorcetto attraversò di corsa il pavimento.«Ti conosco, nipotina Leibersrouter!» esclamò il babbo.Il sorcetto girò a spirale intorno a tre piedi femminili e scomparve in un angolo. Pochi attimi dopo, una bella donna sorta dal nulla stava in quell'angolo rivolgendo a tutti un sorriso smagliante.Qualcosa si raggomitolava contro il vetro inondato della finestra della cucina. Sospirava, piangeva, bussava continuamente, schiacciato contro il vetro; ma Timothy non riusciva a capirne nulla, non vedeva nulla. Con l'immaginazione, egli era fuori a guardare dentro. Pioggia e vento lo investivano, e all'interno le tenebre punteggiate di candele erano invitanti. Si danzavano dei valzer, alte e sottili figure volteggiavano al suono di una musica esotica. Dalle bottiglie alzate scintillavano stelline di luce, piccole zolle di terra si sgretolavano dai caratelli, e un ragno cadde e si allontanò silenzioso sgambettando sul pavimento.Timothy rabbrividì. Era di nuovo dentro casa, la mamma lo chiamava, gli gridava di correre qua, di correre là, di aiutare, di servire, fuori della cucina adesso, va' a prender questo, va' a prender quello, porta i piatti, ammucchia il cibo, e così via... la festa si svolgeva intorno a lui ma non per lui. Decine di persone torreggianti si stringevano, lo spingevano, l'ignoravano.Alla fine, egli si girò via e sgusciò su per le scale.Chiamò piano: «Cecy. Dove sei adesso, Cecy?».Ella attese a lungo prima di rispondere. «Nella Imperiai Valley» mormorò fiocamente «accanto al Salton Sea, presso le molfette, fra i vapori, nel silenzio. Sono dentro la moglie d'un coltivatore. Sono seduta sotto una veranda. Posso farla muovere se voglio, o farle fare e pensare qualsiasi cosa. Il sole sta tramontando.»«Com'è lì, Cecy.»«Si odono i sibili delle salse» ella disse piano, come parlando in chiesa. «Bolle grigie di vapore fanno capolino nei fanghi come se degli uomini calvi si levassero nello sciroppo denso, con la testa per prima, laggiù nei canali ribollenti. Le teste grigie si lacerano come un tessuto di gomma, si afflosciano con rumori simili a quelli prodotti dal moto di labbra bagnate, e dal tessuto strappato sfuggono piumacchi leggeri di vapore. C'è continuamente un'odore profondo di zolfo che brucia. Il dinosauro bolle qui da dieci milioni di anni.»«Non ha ancora finito, Cecy.»«Sì, ha finito, completamente.» Le labbra calme da son- j nambula di Cecy sorrisero lievemente. Le parole cadevano ! lente dalla bocca che le formava. «Sono dentro il cranio di questa donna e guardo; vedo questo mare immoto, così tran- < quillo da far paura. Aspetto seduta sotto la veranda il ritorno ! di mio marito. Ogni tanto un pesce salta fuori e ricade, delineato dal lume delle stelle. La valle, il mare morto, le rare auto, la veranda di legno, la mia seggiola a dondolo, io, il silenzio.»«E ora, Cecy.»«Mi alzo dalla seggiola» ella disse.«Sì?»«Vado via dalla veranda, verso le salse. In alto volano aerei, come uccelli primordiali. Poi silenzio, tanto silenzio.»«Quanto tempo starai dentro di lei, Cecy?»«Finché non avrò ascoltato, visto, sentito abbastanza: finché non avrò in qualche modo cambiato la sua vita. Mi allontano dalla veranda, lungo i tavolati. Il mio piede colpisce le assi di legno stancamente, lentamente.»«E adesso?»«Adesso i vapori di zolfo mi circondano. Guardo le bolle che si spaccano e si levigano. Un uccello sfreccia con uno ] strido accanto alla mia tempia. Improvvisamente sono nel- \ l'uccello e volo via! E nel volare, dentro i miei nuovi occhiet- ì ti come perline di vetro, vedo sotto di me una donna, su una passerella di tavole, che fa uno due tre passi avanti verso i i fanghi delle salse. Odo un rumore come di un macigno tuffa- j to nelle profondità fuse. Continuo a volare, torno indietro ] con un'accostata d'ala. Vedo una mano bianca simile a un ra- i gno, che si contorce e scompare nel grigio stagno di lava. La j lava si richiude ermeticamente. Ora volo a casa, presto, presto, presto!»Qualcosa picchiò forte contro la finestra, Timothy sussultò.Cecy spalancò gli occhi, lucenti, brillanti, felici, esultanti.«Eccomi a casa!» disse.Dopo un silenzio, Timothy si azzardò a dire: «Il Raduno è in corso. Sono venuti tutti».«Allora, perché sei qua di sopra?» Gli prese la mano. «Be', domanda.» Sorrise con arguzia. «Domanda quel che sei venuto a domandare.»«Non sono venuto a domandare nulla» egli disse. «Be', quasi niente. E... Oh, Cecy!» Gli uscì tutto in un flusso rapido. «Voglio fare qualcosa, alla festa, che li induca a guardarmi, qualcosa che mi faccia valere quanto loro, qualcosa che mi faccia partecipare ed essere dei loro; ma non c'è nulla ch'io possa fare, e mi fa un'impressione strana, e, be', ho pensato che forse tu...»«Forse» ella disse, chiudendo gli occhi e sorridendo internamente. «Sta su ben dritto. Dritto e molto fermo.» Egli obbedì. «Adesso, chiudi gli occhi e cancella il tuo pensiero.»Egli stette dritto dritto senza pensare a nulla, o almeno credendo di non pensare a nulla.Ella sospirò. «Andiamo abbasso, adesso, Timothy?» Come una mano in un guanto, Cecy era dentro di lui.«Guardate tutti!» Timothy alzava il calice di liquido rosso e caldo. Lo alzava così da far voltare tutti quanti a guardarlo. Zie, zii, cugini, fratelli, sorelle!Lo tracannò d'un fiato.Tese una mano verso sua sorella Laura. Ne tenne fermo e imprigionato lo sguardo, sussurrando contemporaneamente con una voce insinuante che la costringeva a rimanere muta e impietrita. Si sentiva alto come gli alberi, nell'andare verso di lei. La festa aveva rallentato il proprio ritmo e, da ogni lato, attendeva, osservando. Visi si affacciavano a sbirciare da tutte le stanze. Non ridevano affatto. La mamma aveva un volto attonito. Il babbo guardava, sbalordito ma soddisfatto e sentendosi più orgoglioso di momento in momento.Egli morse Laura, dolcemente, sopra la vena iugulare. Le fiammelle delle candele ondeggiavano come ubriache. I parenti guardavano da tutte le porte. Egli si fece saltare in bocca dei funghi velenosi, li ingoiò, poi si mise a girare sbattendo le braccia contro i fianchi. «Guarda, zio Einar! So finalmente volare!» Le sue mani continuavano a sbattere, i suoi piedi pompavano su e giù, i volti scorrevano via in un lampo.Svolazzando in cima alle scale, egli udì il grido di sua madre: «Timothy, fermati!» giù giù in basso. «Ehi!» gridò Timothy e dall'alto del pozzo delle scale saltò, percuotendo l'aria.A metà della discesa, le ali che credeva di possedere si dis-solsero. Egli urlò. Zio Einar lo afferrò al volo.Timothy si dimenava, sbiancato, nelle braccia che l'avevano ricevuto. Una voce, non invitata, uscì dalle sue labbra. «Qui parla Cecy! Qui parla Cecy! Venite tutti su a trovarmi, prima camera a sinistra!» Seguito da un trillo acuto di risa che Timothy cercò d'interrompere con la lingua.Tutti ridevano. Einar lo posò a terra. Correndo attraverso il buio incalzante man mano che i parenti affluivano di sopra verso la camera di Cecy per congratularsi con lei, Timothy aprì violentemente la porta d'ingresso.«Cecy, ti odio, ti odio!»Accanto all'albero di sicomoro, nell'ombra profonda, Timothy risputò fuori il pranzo, singhiozzò amaramente e si rotolò in un mucchio di foglie d'autunno. Poi giacque, immobile. Dal taschino del giubbetto, uscendo dalla scatoletta di fiammiferi che usava come ricovero, il ragno strisciò avanti. Camminò lungo il braccio di Timothy. Andò in esplorazione su per il collo fino all'orecchio, e vi entrò per fargli il solletico. Timothy scosse la testa: «No, Ragno, no».Il tocco leggero come una piuma di un'antenna che investigava il timpano fece rabbrividire Timothy. «No, Ragno!» Singhiozzava un po' meno.Il ragno si spostò giù lungo la guancia, andò a mettersi sotto il naso del ragazzo, guardò dentro le narici quasi per cercare il cervello, poi si arrampicò morbidamente andando a porsi sul dorso del naso, dove si accovacciò a sbirciare Timothy con i suoi occhi verdi come gemme, così che alla fine Timothy si riempì di un ridicolo riso. «Vattene, Ragno!»Timothy si levò a sedere, facendo frusciare le foglie. La terra era molto illuminata di luna. Udiva venire una fioca baraonda dalla casa, in cui si giocava a "Specchio, specchio". I celebranti gridavano, con voce un po' attutita, nel cercare d'identificare tra loro quelli il cui riflesso non appariva né mai era apparso in uno specchio.«Timothy.» Le ali di zio Einar si allargarono, si contrassero e rientrarono con un suono di timpani. Timothy si sentì strappare dal suolo come un fiorellino di digitale, e mettere sulla spalla di zio Einar. «Non te la prendere, nipote Timothy. A ciascuno il suo, ciascuno a suo modo. Per te le cose sono di gran lunga migliori. Piene di possibilità. Per noi il mondo è morto. L'abbiamo visto tanto, credimi. La vita è migliore per coloro che ne hanno meno da vivere. Vale di più per grammo, Timothy, ricordatelo.Per il resto delle nere ore piccole dopo mezzanotte, zio Einar lo condusse in giro per la casa di stanza in stanza intrufolandosi e cantando. Un'orda di nuovi arrivi riaccese l'allegria. C'era la bis-bis-bis e mille altre volte bis-bisnonna, drappeggiata nei paludamenti funerari egizi. Non diceva parola: giaceva, dritta e rigida come un'asse per stirare bruciacchiata, contro la parete, e le sue occhiaie facevano da coppa a un lontano, saggio, silenzioso luccichio. Alle quattro del mattino, ora di colazione, la mille volte e rotti bisnonna fu seduta, rigida, a capo della più lunga tavolata.I numerosi cuginetti facevano baldoria alla patera di cristallo del punch. I loro occhi lucenti a nocciolo d'oliva, i loro visi conici e diabolici sotto i ricci bronzei aleggiavano sulla tavola delle bevande, e i loro corpi duro-soffici, da ragazzo-ragazza, lottavano fra loro, con il progredire della piacevole e solenne sbronza. Il vento soffiava più alto, le stelle ardevano con fiammeggiante intensità, il chiasso raddoppiava, le danze acceleravano, il bere diventava più deciso.
Per Timothy c'erano mille cose da udire e da vedere. Le molte tenebre s'intorbidivano, ribollivano, le molte facce passavano e ripassavano...«Ascoltate!»L'adunanza trattenne il fiato. Lontano lontano l'orologio del palazzo comunale rintoccava le sei. La festa era sul finire. A tempo, sul ritmo dei rintocchi, le loro cento voci si misero a cantare canzoni vecchie di quattrocento anni, canzoni che Timothy non poteva conoscere. Con le braccia intrecciate, in lento girotondo, cantavano, e da qualche parte nelle fredde lontananze del mattino l'orologio della città terminò i suoi rintocchi e tacque.Cantava anche Timothy. Non conosceva le parole né l'aria, eppure gli venivano piene, alte, buone. Ed egli guardava la porta chiusa in cima alle scale.«Grazie, Cecy» bisbigliò. «Sei perdonata. Grazie.»Poi si lasciò andare tranquillamente, permettendo alle parole d'uscire liberamente, con la voce di Cecy, dalle sue labbra.Si scambiavano addii, in un gran brusio. La madre e il padre stavano in piedi sulla soglia, per stringere la mano e dare un bacio, a turno, a ciascun parente in partenza. Oltre la porta aperta il cielo si tingeva dei colori dell'oriente. Entrava un vento freddo. E Timothy si sentì prendere e collocare in un corpo dopo l'altro, sentì che Cecy lo ficcava nella testa di zio Fry, cosicché egli guardava da un volto rincartapecorito, poi balzava in un turbine di foglie, alto sopra la casa e sopra le colline che si destavano...Poi, muovendosi a lunghi passi su un sentiero, si sentì gli occhi rossi e brucianti, il pelo brinato dal mattino, mentre all'interno del cugino William ansava attraverso una depressione e scompariva...Come una pietruzza nella bocca di zio Einar, Timothy volò in un tuono palmato che riempiva il cielo. Poi, fu di ritorno, e per sempre, nel proprio corpo.Nell'alba avanzante, quei pochi rimasti per ultimi si abbracciavano piangendo e pensando che il mondo stava diventando un luogo meno adatto a loro. In altri tempi s'incontravano ogni anno, ma ora passavano decenni senza il rito di riconciliazione. Qualcuno gridò: «Ricordate, ci ritroviamo a Salem nel 1970!».Salem. La mente confusa di Timothy rimuginava su queste parole. Salem, 1970. Ci sarebbero stati lo zio Fry, la mille-voltebisnonna nelle sue bende funerarie avvizzite, ci sarebbero stati la mamma, il babbo, Ellen, Laura, Cecy e tutti quanti. Ma, lui, ci sarebbe stato? Poteva essere certo di vivere fino a quella data?In un'ultima raffica se ne andarono tutti, cormorani, mammiferi svolazzanti, foglie appassite, rumori lamentosi e conglomerati, notti fonde, pazzie e sogni.La madre chiuse la porta. Laura diede di piglio a una scopa. «No» disse la madre. «Faremo pulizia stanotte. Adesso abbiamo bisogno di dormire.» E la Famiglia svanì in cantina e di sopra. Timothy, a testa bassa, attraversava l'atrio disseminato di rifiuti. Nel passare davanti a uno specchio da festa, egli vi scorse la pallida mortalità del suo viso, freddo e tremante.«Timothy» disse la mamma.Si avvicinò e gli sfiorò il viso con la mano. «Figlio» gli disse «ti amiamo. Ricordatelo. Tutti ti amiamo. Nonostante che tu sia diverso, nonostante che tu ci lascerai un giorno.» Lo baciò sulla guancia. «Se e quando morirai, le tue ossa riposeranno indisturbate, ci penseremo noi. Riposerai comodamente per sempre, e ogni vigilia d'Ognissanti verrò a trovarti e a rimboccarti affinché tu sia più sicuro.»La casa era silenziosa. Lontano lontano il vento passava sopra una collina con il suo ultimo carico di pipistrelli oscuri, echeggiami, squittenti.Timothy salì gli scalini a uno a uno, piangendo fra sé per tutta la strada.
Il paese d'ottobre, Ray Bradbury - Edizione Fantacollana Nord

Durante una violenta tempesta, Ombra, un giovane pipistrello della colonia Ali d’Argento, si ritrova all’improvviso da solo, in balia del vento e della pioggia. Per raggiungere i suoi compagni dovrà affrontare un viaggio pieno di pericoli e farà molti incontri, fra i quali un pipistrello albino.
Il pipistrello albino vive su una torre: è molto saggio e ha il dono della preveggenza. Con i suoi sensibilissimi ultrasuoni “sente” il vento e gli avvenimenti anche prima che accadano. E’ esperto di erbe medicinali e sa riconoscere le foglie che inducono il sonno e quelle che guariscono le ferite. Grazie al suo aiuto, il viaggio di Ombra continua verso un ritorno cui fa seguito un altro viaggio.
Il fantastico volo di ali d'argento,i Kemeth Oppel - Piemme Edizone

Accanto all’antica porta della città sedeva una vecchia color caffè e velata di nero, che si guadagnava da vivere raccontando storie.Diceva: << Volete una storia, mia buona signora, signor mio? Quante storie ho narrate, una più di mille, da quando per la prima volta lasciai che i giovanotti raccontassero a me le loro favole di una rosa rossa, due levigati boccioli di giglio, e quattro serici serpenti flessuosi dall’abbraccio mortale. Fu la madre di mia madre, la bellezza dagli occhi neri, l’amante dai molti amplessi, fu lei che alla fine – vizza come una mela d’inverno e rannicchiata sotto la clemenza del velo – si prese la briga di insegnarmi l’arte del narrare. A lei l’aveva insegnata la madre di sua madre, ed erano entrambe narratrici migliori di me. Ma questo, ormai, non ha più importanza, perché per la gente loro e io siamo diventate una persona sola, e io sono immensamente rispettata perché racconto storie da duecento anni >>.A questo punto, se è ben pagata e di buon umore, continua.<< Con mia nonna >> diceva << ho fatto una scuola dura. “Sii fedele alla tua storia” mi ripeteva la vecchia strega. “Sii eternamente, inflessibilmente fedele alla tua storia”. “Perché nonna?” le domandavo. “E ti devo anche dire i motivi, sfrontata?” gridava lei. “E tu pretenderesti di fare la narratrice! Eppure devi diventarlo, e io ti dirò quei motivi! Ascolta, dunque: Dove il narratore è fedele, eternamente, inflessibilmente fedele alla sua storia, là alla parlerà il silenzio. Dove la storia è stata tradita, il silenzio non è che vuoto. Ma noi, i fedeli, subito dopo aver pronunciato l’ultima parola, udremo la voce del silenzio. Che una ragazzina mocciosa lo capisca o no”.<< Chi, allora, >> ella continua << racconta una storia ancora più bella delle nostre? Il silenzio. E dove si legge una storia più profonda di quelle scritte sulla pagina più squisitamente stampata del più prezioso di tutti i libri? Sulla pagina bianca. Quando una penna regale e coraggiosa, nel momento della sua più alta ispirazione, ha finito di scrivere la sua storia con l’inchiostro più raro…dove, in quel momento, si può leggere un racconto ancora più profondo, più soave, più allegro e più crudele di quello? Sulla pagina bianca >>.Per un po’ la vecchia strega non dice nulla, ma ridacchia tra sé e biascica con la bocca sdentata.<< Noi, >> dice infine << noi vecchie che raccontiamo storie, conosciamo la storia della pagina bianca. Ma siamo un po’ restie a raccontarla, perché tra i profani essa potrebbe danneggiare la nostra reputazione. Tuttavia, farò un’eccezione per voi, mia dolce e bella signora e mio signore dal cuore generoso. A voi la racconterò >>.Su tra le azzurre montagne del Portogallo c’è un vecchio convento di suore dell’ordine delle Carmelitane, che è un ordine illustre e severo. Nei tempi antichi il convento era ricco, le suore erano tutte dame della nobiltà, e vi avvenivano miracoli. Ma attraverso i secoli le dame altolocate persero interesse ai digiuni e alle preghiere, i grandi beni dotali affluirono sempre più scarsi nel tesoro del convento, e oggi le poche umili e poverissime suore vivono in un’ala soltanto del vasto edificio fatiscente, che par quasi voler diventare tutt’uno con le rocce grigie. Tuttavia esse formano ancora una congregazione gaia e attiva. Trovano grande diletto nelle loro sante meditazioni, e gioiose e solerti si dedicano a quel compito specialissimo che una volta, molto, molto tempo fa, valse al convento un raro e strano privilegio: coltivano il lino più pregiato e ne fanno il tessuto più fine del Portogallo.Manzi bianchi come il latte e dagli occhi mansueti arano il lungo campo sotto il convento, e mani verginali indurite dal lavoro e col terriccio sotto le unghie spargono abilmente i semi. Al tempo in cui il campo di lino fiorisce, tutta la valle diventa color azzurro cielo, proprio il colore del grembiule che la vergine benedetta indossò per andare a prendere le uova nel pollaio di sant’Anna, un istante prima che l’Arcangelo Gabriele, con vigorosi colpi d’ala, scendesse sulla soglia della casa – mentre su su in alto una colomba, con le piume del collo gonfie e le ali frementi, stava ferma nel cielo come una piccola, limpida stella d’argento. Durante quel mese, per molte miglia tutt’intorno gli abitanti del villaggio alzano gli occhi verso il campo di lino e si domandano l’un l’altro: << Guarda, che il convento si sia sollevato su nel cielo? O che siano state le nostre buone sorelle a tirar giù il cielo sino a loro? >>.Più tardi, venuto il momento, il lino viene colto, scotolato e cardato, poi si fila la fibra sottile e la si tesse, e alla fine il tessuto viene steso sull’erba a candeggiare: lo si bagna più e più volte, finchè si potrebbe credere che intorno ai muri del convento sia caduta la neve. Tutto questo lavoro viene eseguito con accuratezza e devozione ed è accompagnato da aspersioni e litanie che sono il segreto del convento. E proprio per questo il lino, accumulato in grosse balle sulle groppe di asinelli grigi e spedito al di là del cancello del convento giù giù lungo il declivio che porta alle cittadine del piano, per questo quel lino è liscio, delicato e liliale come il mio piedino quando, a quattordici anni, lo avevo appena lavato nel ruscello per andare a un ballo nel villaggio.La diligenza, miei cari signori, è una bella cosa, e anche la religione è una bella cosa, ma il primo embrione di una storia verrà da un luogo mistico al di fuori della storia stessa. Così il lino del Convento Velho trae la sua vera virtù dal fatto che il suo primo seme lo portò qui un crociato dritto dalla Terra Santa. Chiunque sappia leggere può apprendere dalla Bibbia molte cose sulle terre di Lachis e di Maresa, dove si coltiva il lino. Io non so leggere, e non ho mai visto questo libro di cui si parla tanto. Ma la nonna di mia nonna, da piccola, era la beniamina di un vecchio rabbino ebreo, e tutti gli insegnamenti che egli le impartì sono stati serbati e tramandati nella nostra famiglia. Così voi leggerete, nel libro di Giosuè, che Axa, la figlia di Caleb, smontò dal suo asino e gridò al padre: << Dammi una benedizione! Poiché ora mi hai dato una terra, dammi anche la benedizione di fonti d’acqua! >>. E nei campi di Lachis e di Maresa vissero poi le famiglie di coloro che lavoravano il lino più bello.Il nostro crociato portoghese, i cui antenati un tempo erano stati famosi tessitori di lino di Tornar, cavalcando per quei campi fu colpito dalla qualità della pianta, e così appese un sacchetto di quei semi al pomo della sua sella.Da questa circostanza nacque il primo privilegio del convento, che era quello di fornire le lenzuola nuziali a tutte le giovani principesse della casa reale.Dovete sapere, miei cari signori, che nelle famiglie molto nobili e antiche del Porogallo si conservava scrupolosamente una venerabile consuetudine. La mattina dopo le nozze di una fanciulla, prima ancora che il marito le avesse dato il dono del mattino, il Ciambellano o il Grande Cerimoniere stendeva fuori da un balcone il lenzuolo di quella notte e proclamava solennemente: Virginem eam tenemus : << dichiariamo che era vergine >>. E quel lenzuolo non veniva né lavato né adoperato mai più.In nessuna nobile famiglia questa veneranda consuetudine era così scrupolosamente rispettata come nella casa regnante stessa, dove era ancora seguita ai tempi dei nostri padri.Orbene, il convento tra le montagne, come premio per l’ottima qualità dei tessuti consegnati, ha da molte centinaia di anni il secondo, ambito privilegio: quello di riavere indietro quel ritaglio centrale del candidissimo lenzuolo che attesta l’onore di una sposa regale.Nel corpo principale del convento, che domina dall’alto un immenso panorama di colli e di vallate, c’è una lunga galleria col pavimento di marmo bianco e nero. Sulle pareti della galleria, l’una accanto all’altra, sono appese tutte in fila molte pesanti cornici dorate, ognuna adorna di una targa d’oro zecchino sormontata dalla corona, su cui è inciso il nome di una principessa: Donna Cristina, Donna Ines, Donna Jacinta Lenora, Donna Maria. E ognuna di queste cornici contiene un riquadro tagliato da un principesco lenzuolo nuziale.Nelle macchie sbiadite sui lini chiunque sia dotato di un po’ di immaginazione e di sensibilità può leggere tutti i segni dello zodiaco: la Bilancia, lo Scorpione, il Leone, i Gemelli. O può scorgervi raffigurazioni suggerite dal suo personale bagaglio di idee: una rosa, un cuore, una spada – o perfino un cuore trafitto da una spada.Nei lontani giorni del passato accadeva che un lungo, imponente corteo smagliante di colori si avventurasse su per l’erta sinuosa, attraverso il paesaggio grigio di rocce, diretto al convento. Principesse del Portogallo, divenute adesso regine o regine madri di altri paesi, Arciduchesse o Elettrici, accompagnate dal loro splendido seguito, si recavano là in un pellegrinaggio che per la sua stessa natura era insieme sacro e segretamente gaio. Dal campo di lino la strada sale ripida, per percorrere quell’ultimo tratto, la dama di sangue reale doveva scendere dalla carrozza e montare su un palanchino, donato al convento proprio a quello scopo.Più tardi, e ancora ai tempi nostri, è successo talvolta – proprio come, quando si brucia un foglio di carta, dopo che tutte le altre faville ne hanno divorato il bordo e si sono spente, può succedere che un’ultima, vivida piccola favilla risplenda e si affretti a seguirle – è successo talvolta che una nobile zitella molto avanti negli anni abbia intrapreso il viaggio sino al Convento Velho. In passato, molto, molto tempo fa, è stata compagna di giochi, amica e damigella d’onore di una giovane principessa del Portogallo. Lungo il percorso verso il convento, volge lo sguardo tutt’intorno per ammirare il panorama che si dispiega da ogni lato. Nell’edificio una suora la accompagna sino alla galleria e alla targa che reca il nome della principessa ch’ella ha un tempo servita, e là si congeda, consapevole del suo desiderio di rimanere sola.Una lunga fila di ricordi trascorre lenta, lenta in quel piccolo e venerabile capo che sotto la mantiglia di merletto nero somiglia a un teschio, e che li accoglie, al ravvisarli a uno a uno, con brevi cenni benevoli. L’amica e la confidente fedele rievoca la nobile vita che la giovane sposa ha trascorso col consorte regale prescelto. Ripassa nella propria mente gli eventi felici e le delusioni – incoronazioni e giubilei, intrighi di corte e guerre, la nascita degli eredi al trono, i matrimoni delle più giovani generazioni di principi e di principesse, l’ascesa o il declino delle dinastie. La vecchia dama ricorderà come, un tempo, dalle macchie sul tessuto si traessero auspici; ora potrà mettere a raffronto gli avvenimenti reali e quegli auspici, sospirando un poco e un poco sorridendo. Ognuno di quei lini, con la sua targa coronata, ha una storia da raccontare, e ognuno è stato esposto per fedeltà verso quella storia.Ma al centro della lunga fila c’è un lino che si differenzia dagli altri. La cornice è bella e pesante come tutte, e orgogliosamente come tutte si fregia della targa d’oro con la corona regale. Ma su quest’unica targa non è inciso alcun nome, e il lino nella cornice è niveo da un capo all’altro, una pagina bianca.Suvvia, brava gente, voi che volete sentir raccontare delle storie: guardate questa pagina, e vogliate riconoscere che la saggezza di mia nonna e di tutte le antiche narratrici! Perché infatti, con quale eterna, incrollabile fedeltà fu inserito nella fila quel lino! Persino le narratrici, davanti a esso, si tirano il velo sulla faccia e restano mute. Perché i reali genitori che tanto tempo fa ordinarono di incorniciare e di appendere quel lino, se non avessero avuto nel sangue la tradizione della fedeltà, l’avrebbero magari lasciato fuori.Proprio davanti a quel ritaglio di lino candido le anziane principesse del Portogallo – regine, mogli e madri devote, tolleranti ed esperte del mondo – e le loro nobili compagne di giochi di un tempo, damigelle d’onore e damigelle di corte, si sono soffermate più spesso.Proprio davanti alla pagina bianca le suore vecchie e giovani, con la Madre Badessa in persona, si immergono nella più profonda meditazione.
Ultimi racconti, Karen Blixen - Adelphi Editore

Non si chiamava Silas, allora, anche se non ricordava il nome che i genitori gli avevano dato. Era fuggito di casa quando non aveva ancora sette anni. Il padre, ubriacone, un rozzo lavoratore del porto, infuriato dalla nascita di un figlio albino, picchiava regolarmente la moglie incolpandola della condizione del bambino che per lui costituiva una vergogna. Quando il figlio cercava di difenderla, veniva a sua volta percosso. Una notte, c’era stato un litigio terribile, e la madre non si era più alzata. Il bambino era rimasto a lungo accanto al corpo senza vita della madre e aveva provato un irresistibile senso di colpa, perché non aveva potuto impedire che ciò accadesse. […]
Il bambino era fuggito di casa, ma aveva trovato altrettanto ostili le strade di Marsiglia: il suo aspetto diverso ne aveva fatto un reietto fra gli altri giovani vagabondi, ed era stato costretto a vivere da solo nella cantina di una fabbrica abbandonata, mangiando la frutta che riusciva a rubare e il pesce crudo del porto. I suoi soli compagni erano i giornali strappati che trovava tra i rifiuti, sui quali aveva imparato a leggere. Col tempo era divenuto sempre più robusto e, quando aveva dodici anni, un’altra vagabonda, che aveva il doppio dei suoi anni, lo aveva preso in giro davanti a tutti e aveva cercato di rubargli il cibo. Lui l’aveva picchiata fin quasi a ucciderla. Quando le guardie erano riuscite a staccarlo da lei, gli avevano dato un ultimatum:” O lasci Marsiglia, o vai in riformatorio”. Il ragazzo si era allontanato lungo la costa, fino a raggiungere Tolone. Col tempo le occhiate di disprezzo di coloro che lo incontravano erano divenute sguardi di paura. Il ragazzo era divenuto un giovanotto eccezionalmente alto e forte. Quando la gente gli passava vicino, la sentiva sussurrare:” Un fantasma!” Lo dicevano sgranando gli occhi per la paura nel vedere la sua pelle bianca,”Un fantasma con gli occhi di un diavolo!” ed egli si sentiva davvero un fantasma, un essere trasparente che volava da un porto all’altro. La gente che guardava nella sua direzione, non posava gli occhi su di lui. A diciott’anni, in un porto, mentre tentava di rubare una cassa di prosciutto da una nave da carico, era stato scoperto da un paio di marinai. I due uomini che avevano cominciato a colpirlo puzzavano di birra, esattamente come un tempo suo padre. I ricordi, gonfi di paura e di odio, si erano affacciati come un mostro che risale dalle profondità del mare: con le mani nude, il giovane aveva spezzato il collo a un marinaio. E solo l’arrivo della polizia aveva evitato al secondo di subire la stessa sorte. Due mesi più tardi, in ceppi, arrivava alla prigione di Andorra.
“Sei bianco come un fantasma” – lo avevano preso in giro i compagni, quando le guardie lo avevano portato dentro, nudo e raggelato. “Mira el espectro!”. ” Forse il fantasma riuscirà a sfuggire attraverso le pareti!” In dodici anni di prigione, la sua pelle e la sua anima si erano disseccate fino a convincerlo di essere davvero trasparente. “Sono un fantasma. Sono privo di peso. Yo soy un espectro. Pàlido como un fantasma. Caminando este mundo a solas.” Una notte, il fantasma era stato svegliato dalle urla degli altri carcerati. Non capiva che forza invisibile scuotesse il pavimento su cui dormiva e quale mano possente facesse tremare la calce della sua cella di pietra, ma, non appena era balzato in piedi, un enorme masso era caduto nel punto esatto dove aveva dormito fino a un attimo prima. Guardando in alto per capire da dove venisse quella pietra, aveva visto un foro nella parete che oscillava ancora e dal foro, un’immagine che non vedeva da più di dieci anni: la luna! Mentre la terra continuava a tremare, il fantasma si era infilato nel foro e si era trovato davanti a un’enorme distesa aperta. Un istante più tardi, correva lungo il fianco della montagna per rifugiarsi nel bosco. […]
Alla fine, troppo debole per fare ancora un solo passo, si era disteso sul marciapiede e aveva perso i sensi. La luce era tornata lentamente, e il fantasma si era chiesto da quanti giorni fosse morto. Un giorno? Tre giorni? Non aveva importanza. Il suo letto era soffice come una nuvola e l’aria intorno a lui aveva l’odore dolciastro delle candele. Gesù era sopra di lui e lo guardava. “Sono qui io” – aveva detto Gesù “La pietra è rotolata via e tu sei rinato”. Si era addormentato e si era destato nuovamente: aveva la testa un po’ confusa. Non aveva mai creduto nel Paradiso, ma adesso c’era Gesù che lo custodiva. Il fantasma aveva visto del cibo accanto al letto e l’aveva mangiato, provando l’impressione che la carne tornasse a materializzarsi sulle sue ossa. Aveva dormito di nuovo. Al suo risveglio Gesù gli sorrideva ancora e gli diceva:”Sei salvo, figlio mio! Benedetti coloro che seguono i miei passi.” Si era di nuovo addormentato. A destare il fantasma questa volta era stato un grido di dolore. il suo corpo era balzato fuori dal letto, si era diretto verso il luogo da cui giungevano le grida in fondo al corridoio, si era trovato in una cucina: c’era un uomo massiccio che ne picchiava un altro più mingherlino. Istintivamente, il fantasma aveva afferrato l’uomo più grosso e lo aveva sbattuto contro il muro. L’uomo era fuggito, lasciando soli il fantasma e un giovane uomo vestito da prete. Il religioso aveva una brutta ferita al naso, il fantasma lo aveva sollevato e lo aveva messo a sedere.“Grazie, amico mio – aveva detto il sacerdote, parlando in un francese non molto sicuro – le monete delle elemosine sono una tentazione per i ladri. Tu parlavi francese nel sonno. Parli anche spagnolo?” Il fantasma aveva scosso la testa . “Come ti chiami?” – aveva proseguito nel suo francese incerto. Il fantasma non ricordava il nome che i genitori gli avevano dato: le uniche parole che riusciva a ricordare erano gli insulti delle guardie della prigione. Il prete aveva sorriso “No hay problema. Io sono Manuel Aringarosa, sono un sacerdote venuto da Madrid, sono stato mandato qui a costruire una chiesa per conto dell’Ovra de Dios.”. “Dove sono?” “ A Oviedo, nel nord della Spagna.” “Come sono arrivato qui?” “Qualcuno ti ha lasciato sulla mia soglia. Eri malato, ti ho dato da mangiare: Sei qui da alcuni giorni.” Il fantasma aveva osservato il suo giovane salvatore: erano passati anni da quando qualcuno era stato gentile con lui. “Grazie, padre” Il prete si era toccato il labbro sporco di sangue “Sono io a doverti ringraziare, amico mio”. Quando il fantasma si era destato l’indomani mattina, il mondo gli era apparso più chiaro. [...] “Gli Atti degli Apostoli” – aveva detto qualcuno dalla porta. Il fantasma si era voltato, impaurito. Il giovane sacerdote gli aveva sorriso: aveva sul naso un enorme cerotto, teneva in mano una vecchia Bibbia “Ne ho trovata una in francese per te: ho segnato il capitolo.” Confuso, il fantasma aveva preso la Bibbia e aveva guardato il punto indicato dal sacerdote “Atti, 16”. I versetti parlavano di un prigioniero chiamato Silas, che giaceva nudo e dolorante per le percosse nella sua cella e cantava inni a Dio. Quando raggiunse il versetto 26, il fantasma rimase a bocca aperta per lo stupore: “…D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione. Subito, tutte le porte di aprirono.” Aveva fissato il sacerdote: questi gli aveva sorriso con calore. “D’ora in poi, amico mio, se non hai altro nome, ti chiamerò Silas”. Il fantasma gli aveva rivolto un cenno di assenso, Silas era tornato al mondo della carne.
Silas si lega al suo benefattore di un legame molto stretto e gli dimostra la sua gratitudine in tutti i modi possibili, mette in pratica tutte le sue parole senza nemmeno tentare di farsene una ragione: le complicate vicende della narrazione lo portano a diventare un assassino, credendo in buona fede che si tratti di un ordine da parte di lui. Ma poi deve rendersi conto di un tragico errore.
[,,,] Silas non credeva di essere mai stato così angosciato come in quel momento. “Sono stato ingannato. Tutto è perduto!” Silas era stato ingannato: i fratelli avevano mentito. Avevano scelto la morte invece di rivelare il loro vero segreto. Silas non aveva la forza di telefonare al Maestro. […] Aveva pensato di nascondersi nell’ufficio dell’Opus Dei, una volta terminato il suo compito. “Il vescovo Aringarosa mi proteggerà”. Non immaginava una beatitudine superiore a quella di una vita di meditazione e preghiera nelle profondità del quartier generale dell’ Opus Dei: non avrebbe mai più messo piede all’esterno. Tutto ciò che gli occorreva si trovava dentro quel rifugio. “nessuno sentirà la mia mancanza”. Purtroppo - sapeva Silas - un uomo importante come il vescovo Aringarosa non poteva sparire altrettanto facilmente. “Ho danneggiato il vescovo” Silas fissò il pavimento e si chiese se non fosse il caso di togliersi la vita. Dopo tutto, era stato Aringarosa a ridargliela, in quella piccola chiesa spagnola dove gli aveva insegnato e gli aveva dato uno scopo. “Amico mio – gli aveva detto Aringarosa - tu sei nato albino: non lasciarti umiliare dagli altri per questo. Non capisci come ti rende speciale! Sai che lo stesso Noè era albino? Noè dell’Arca!” – (Silas non lo aveva mai saputo) Aringarosa gli aveva sorriso:” Proprio lui: Noè dell’Arca! Un albino: come te! Aveva la pelle bianca degli angeli. Rifletti: Noè ha salvato tutte le creature della terra. Tu sei destinato a grandi cose, Silas! Il Signore ti ha liberato per un motivo. Hai capito la tua vocazione: il Signore ha bisogno del tuo aiuto per compiere il suo lavoro!” Col tempo, Silas aveva imparato a considerarsi sotto una nuova luce “Sono puro, bianco, bellissimo. Come un angelo!” Ma , al momento, nella sua stanza della sede parigina dell’Opus Dei, sentiva solo la voce di suo padre, che gli sussurrava, dal passato:”Tu es un desastre! Un spectre!”
Inginocchiato sul pavimento di legno, Silas pregò, per ottenere il perdono.
Il codice da Vinci, Dan Brown - Mondadori Editore

Invano facevo del mio meglio per eccellere nel lavoro dei campi trascurando invece gli studi, Invano mi ustionai come carne cruda sullo spiedo nel tentativo di diventare abbronzato come loro. Invano nelle discussioni al circolo sull’attualità mi dimostravo il socialista più socialista di Hulda, se non di tutta la classe operaia. Nulla mi servì: per loro restavo una specie di alieno, un estraneo strano, e per questo i miei compagni di classe continuavano a infierire su di me senza pietà, invitandomi a liberarmi una volta per tutte delle mie stranezze e diventare uno di loro. Una volta mi mandarono di corsa alla stalla senza torcia, nel cuore della notte, a controllare e riferire se per caso non ci fosse qualche vacca in calore che avesse urgente bisogno dei favori del toro. Un’altra mi assegnarono al turno di lavoro nel settore sanitario. Un’altra fui mandato nel pulcinaio, a dividere i maschi dalle femmine nella gabbia delle anitre.: sì che non dimenticassi mai da dove venivo , e non ci fossero illusioni di sorta su dove ero arrivato.
Io, dal canto mio, accolsi tutto con umiltà, perché sapevo che il mio sradicamento da Gerusalemme, il mio nuovo travaglio di parto, sarebbe stato necessariamente doloroso. Mi rassegnai quindi alle angherie e alle umiliazioni, non perché soffrissi di un complesso di inferiorità, ma perché ero effettivamente inferiore. […]
Per quanto mi fossi abbronzato, non avrei illuso nessuno: tutti sapevano bene – lo sapevo anch’io – che, malgrado la mia pelle fosse diventata finalmente bella scura, dentro restavo pallido. Per quanto mi fossi dedicato anima e corpo al lavoro, imparando persino a passare i tubi per l’irrigazione nei campi per il foraggio, a guidare il trattore, a sparare senza sbagliare mira con la vecchia carabina, dalla mia pelle non c’era verso di uscire. […] Loro, invece, mi sembravano tutti sublimi: i ragazzi gagliardi capaci di segnare con la sinistra un gol da venti metri di distanza, spezzare la testa a un giovane pollo senza battere ciglio, fare un’incursione notturna al magazzino delle provviste e portare via qualche leccornia per il picnic intorno al fuoco. E le ragazze impavide, capaci di marciare per trenta chilometri con uno zaino di trenta chili sulle spalle e dopo tutto ciò trovare ancora l’energia per ballare fino a tarda notte. […].
Ma certo: sapevo qual era il mio posto. Ero conscio dei miei limiti. Niente passi più lunghi della gamba. Certo, gli uomini nascono tutti uguali, è un principio fondamentale su cui si basa la vita in Kibbutz. Ma l’amore è terreno per le forze della natura, non per il comitato per l’uguaglianza. E sul terreno dell’amore, come ben si sa, solo i cedri attecchiscono, non certo l’issopo del muro.Ma, come ben si sa, anche i gatti hanno diritto di contemplare il re. In effetti guardavo tutto il giorno e anche la notte a letto, dopo aver chiuso gli occhi, continuavo a guardare i bei soldati biondi. E soprattutto guardavo le ragazze. Quanto guardavo. Fissavo con occhi famelici. Persino nel sonno piantavo i miei occhi ardenti e disperati di vitello. Senza alcuna speranza: peraltro, sapevo che non erano per me, loro.. Loro, i maschi, il vanto d’Israele – io, il baco di Giacobbe. Loro, le ragazze, la schiera di gazzelle silvestri, e io lo sciacallo che lagnava oltre il muro di cinta. E, fra tutte – la ciliegia sulla torta – Nilli.
Erano tutte belle come un sole. Tutte. Ma Nilli – intorno a Nilli fremeva sempre un cerchio di giubilo. Nilli cantava camminando, per il sentiero, sul prato, nel boschetto, fra le aiuole. Camminava e cantava fra sé e sé. E, anche quando non cantava, a me sembrava stesse cantando. Che cosa mai avrà da cantare, mi domandavo a volte dal profondo dei miei tormenti sedicenni, che cosa ha sempre da cantare? Che cosa c’è di tanto bello in questo mondo? Insomma, tormento fatale che strazia / angoscia di vita / del passato in conoscibile / del domani inimmaginabile… e lei ha ancora il coraggio di decantare tanta gioia di vivere? Un’allegria così radiosa? Una felicità come la sua? Insomma, non ha mai sentito dire che i monti di Efraim han preso / una giovane vittima ancora /…e anche la nostra vita / di sacrificio al popolo?...Insomma, Nilli non sa nulla di tutto questo? Non ha neanche una vaga idea del fatto che abbiam perduto / quanto di più caro c’era / e mai più a noi tornerà?... Incredibile. Irritante, ma anche seducente: come una lucciola. […]
Lucciola? Un generatore. Una centrale elettrica al completo. […] In quel periodo, insomma, Nilli usciva con il fior fiore della terra, mentre io non promettevo granchè: quando la principessa, accerchiata da uno stuolo di spasimanti, passava davanti alla casupola di un servo della gleba, questi tutt’al più levava un istante lo sguardo verso di lei, ne restava abbagliato e tanto gli bastava. Perciò fece grande scalpore a Hulda, e persino negli abitati vicini, la scoperta, un giorno, che la luce del sole era scesa a inondare inaspettatamente il lato oscuro della luna. Quel giorno a Hulda le vacche deposero uova, dalle mammelle delle pecore sgorgò il vino e gli eucalipti stillarono latte e miele. Dietro il magazzino dell’ovile furono avvistati orsi polari e l’imperatore del Giappone declamava brani di A.D. Gordon nei pressi della lavanderia. I monti trasudavano nettare e le colline si sdilinquivano. Settantasette ore filate il sole rimase impalato sopra le fronde dei cipressi, senza volerne sapere di tramontare. E io andai alla doccia dei maschi deserta, chiusi bene la porta, mi fermai davanti allo specchio e domandai a voce alta, specchio specchio delle mie brame, dimmi, come è potuto succedere? Che ho fatto per meritare tutto questo?
Una storia di amore e di tenenbre, Amos Oz - Eidione Feltrinelli

come principi e sostanze fisiche, sono scomparsi.
E’ un mondo così alto, rispetto a noi, che non ne avvertiamo il suono.
Sentiamo solo un immenso silenzio che, tradotto in immagine fisica,
ci appare come un muro freddo, invalicabile, indistruttibile, infinito.
Per questo il bianco ci colpisce, come un grande silenzio che ci sembra assoluto.
Interiormente lo sentiamo come un non suono, molto simile alle pause musicali che interrompono, brevemente, lo sviluppo di una frase o di un tema, senza concluderlo definitivamente.
E’ un silenzio che non è morto ma ricco di potenzialità.
Il bianco è il suono di un silenzio che, improvvisamente, riusciamo a comprendere.
E’ la giovinezza del nulla, o meglio, un nulla prima dell’origine, prima della nascita.
Forse la terra risuonava così nel tempo bianco dell’Era Glaciale
Lo spirituale nell'arte, V.V. Kandinskij - Editore SE

L'estate era iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate, mentre il fieno tagliato profumava la campagna. In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini ad un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova cova. Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l'altro, i gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni adorabili anatroccoli gialli.
- Pip! Pip! Pip! Esclamarono i nuovi nati, il mondo è grande ed è bello vivere!
- Il mondo non finisce qui, li ammonì mamma anatra, si estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino, ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? - Domandò.
Mentre si avvicinava, notò che l'uovo più grande non si era ancora schiuso e se ne meravigliò. Si mise allora a covarlo nuovamente con aria contrariata.
- Buongiorno! Come va? - Le domandò una vecchia anatra un po' curiosa che era venuta in quel momento a farle visita.
- Il guscio di questo grosso uovo non vuole aprirsi, guarda invece gli altri piccoli, non trovi che siano meravigliosi?
- Mostrami un po' quest'uovo. - Disse la vecchia anatra per tutta risposta. - Ah! Caspita! Si direbbe un uovo di tacchina! Ho avuto anche io, tempo fa, questa sorpresa: quello che avevo scambiato per un anatroccolo era in realtà un tacchino e per questo non voleva mai entrare in acqua. Quest'uovo è certamente un uovo di tacchino. Abbandonalo ed insegna piuttosto a nuotare agli altri anatroccoli!
- Oh! Un giorno di più che vuoi che mi importi! Posso ancora covare per un po'. - Rispose l'anatra ben decisa.
- Tu sei la più testarda che io conosca! - Borbottò allora la vecchia anatra allontanandosi.
Finalmente il grosso uovo si aprì e lasciò uscire un grande anatroccolo brutto e tutto grigio.
- Sarà un tacchino! - Si preoccupò l'anatra. - Bah! Lo saprò domani!
Il giorno seguente, infatti, l'anatra portò la sua piccola famiglia ad un vicino ruscello e saltò nell'acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso quello brutto e grigio.
- Mi sento già più sollevata - sospirò l'anatra - almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi presenterò ai vostri cugini.
La piccola comitiva camminò faticosamente fino al laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre.
- Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo! - Disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul collo.
- Non fategli male! - Gridò la mamma anatra furiosa
- E' così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! - Aggiunse la grossa anitra con tono beffardo.
- E' un vero peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti adorabili, - rincarò la vecchia anitra che era andata a vedere la covata.
- non sarà bello adesso, può darsi però che, crescendo , cambi; e poi ha un buon carattere e nuota meglio dei suoi fratelli, - assicurò mamma anatra, - la bellezza, per un maschio, non ha importanza, - concluse, e lo accarezzò con il becco - andate, piccoli miei, divertitevi e nuotate bene!
Tuttavia, l'anatroccolo, da quel giorno fu schernito da tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo impauriva. Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e maltrattarlo.
Il piccolo anatroccolo era molto infelice. Un giorno, stanco della situazione, scappò da sotto la siepe. Gli uccelli, vedendolo, si rifugiarono nei cespugli. "sono così brutto che faccio paura!" pensò l'anatroccolo. Continuò il suo cammino e si rifugiò, esausto, in una palude abitata da anatre selvatiche che accettarono di lasciargli un posticino fra le canne. Verso sera, arrivarono due oche selvatiche che maltrattarono il povero anatroccolo già così sfortunato. Improvvisamente, risuonarono alcuni spari… le due oche caddero morte nell'acqua! I cacciatori, posti intorno alla palude, continuarono a sparare. Poi i lori cani solcarono i giunchi e le canne. Al calar della notte, il rumore cessò. Il brutto anatroccolo ne approfittò per scappare il più velocemente possibile. Attraversò campi e prati, mentre infuriava una violenta tempesta. Dopo qualche ora di marcia, arrivò ad una catapecchia la cui porta era socchiusa. L'anatroccolo si infilò dentro: era la dimora di una vecchia donna che viveva con un gatto ed una gallina. Alla vista dell'anatroccolo, il micio cominciò a miagolare e la gallina cominciò a chiocciare, tanto che la vecchietta, che aveva la vista scarsa, esclamò:
- Oh, una magnifica anatra! Che bellezza, avrò anche le uova… purché non sia un' anatra maschio! Beh, lo vedremo, aspettiamo un po'!
La vecchia attese tre lunghe settimane… ma le uova non arrivarono e cominciò a domandarsi se fosse davvero un'anatra! Un giorno, il micio e la gallina, che dettavano legge nella stamberga, interrogarono l'anatroccolo:
- Sai deporre le uova? - domandò la gallina;
- No… - rispose l'anatroccolo un po' stupito.
- Sai fare la ruota? - domandò il gatto;
- No, non ho mai imparato a farla! - rispose l'anatroccolo sempre più meravigliato.
- Allora vai a sederti in un angolo e non muoverti più! - gli intimarono i due animali con cattiveria.
Improvvisamente, un raggio di sole e un alito di brezza entrarono dalla porta. L'anatroccolo ebbe subito una grande voglia di nuotare e scappò lontano da quegli animali stupiti e cattivi. L'autunno era alle porte, le foglie diventarono rosse poi caddero. Una sera, l'anatroccolo vide alcuni bellissimi uccelli bianchi dal lungo collo che volavano verso i paesi caldi. Li guardò a lungo girando come una trottola nell'acqua del ruscello per vederli meglio: erano cigni! Come li invidiava! L'inverno arrivò freddo e pungente; l'anatroccolo faceva ogni giorno un po' di esercizi nel ruscello per riscaldarsi. Una sera dovette agitare molto forte le sue piccole zampe perché l'acqua intorno a lui non gelasse: ma il ghiaccio lo accerchiava di minuto in minuto… finché, esausto e ghiacciato, svenne. Il giorno seguente, un contadino lo trovò quasi senza vita; ruppe il ghiaccio che lo circondava e lo portò ai suoi ragazzi che lo circondarono per giocare con lui. Ahimè, il poveretto ebbe una gran paura e si gettò prima dentro un bidone di latte e poi in una cassa della farina. Finalmente riuscì ad uscire e prese il volo inseguito dalla moglie del contadino. Ancora una volta il brutto anatroccolo scappò ben lontano per rifugiarsi, esausto, in un buco nella neve. L'inverno fu lungo e le sue sofferenze molto grandi… ma un giorno le allodole cominciarono a cantare e il sole riscaldò la terra: la primavera era finalmente arrivata! L'anatroccolo si accorse che le sue ali battevano con molto più vigore e che erano anche molto robuste per trasportarlo sempre più lontano. Partì dunque per cercare nuovi luoghi e si posò in un prato fiorito. Un salice maestoso bagnava i suoi rami nell'acqua di uno stagno dove tre cigni facevano evoluzioni graziose. Conosceva bene quei meravigliosi uccelli! L'anatroccolo si lanciò disperato verso di loro gridando:
- Ammazzatemi, non sono degno di voi!
Improvvisamente si accorse del suo riflesso sull'acqua: che sorpresa! Che felicità! Non osava crederci: non era più un anatroccolo grigio… era diventato un cigno: come loro!! I tre cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua bellezza e la sua eleganza. Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tana fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato.
Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen
Illustrazione di Vilhelm Pedersen - Wikipedia

che abbaglia e incide me pallido
candidato all’esclusione, bruciato
dall’invidia, per chi si abbronza
incolume, mentre io ustionato
decorato di piaghe ho la pelle
che cade da lebbroso, lebbroso della
luce, da questuante dell’ombra
vampiro condannato ad amare luglio
soffrendone il barbarico barbaglio
Per approfondire:
“… DENTRO RESTAVO PALLIDO…” - Una storia di amore e di tenenbre (pp. 601-3, 606-7), Amos Oz
Il sangue amaro, V. Magrelli - Einaudi Editor

AZZURRINA: UNA LEGGENDA ITALIANA
Solitamente padre e figlia sono indicati col cognome Malatesta, famiglia signorile di Rimini che allora controllava anche Montebello, ma non si hanno fonti storiche che sanciscano tale parentela. Scomparsa prematuramente alimenta una leggenda molto conosciuta in Romagna.
La leggenda di Azzurrina sarebbe stata tramandata oralmente per tre secoli, presumibilmente venendo di volta in volta distorta, ampliata, abbellita. Solo nel 600 un parroco della zona la mise per iscritto assieme ad altre leggende e storie popolari della Val Marecchia.
Guendalina era albina. La superstizione popolare del tempo collegava l’albinismo con eventi di natura magica se non diabolica. Per questo il padre aveva deciso di farla sempre scortare da un paio di guardie e non la faceva mai uscire di casa per proteggerla dalle dicerie e dal pregiudizio popolare.
La madre le tingeva ripetutamente i capelli con pigmenti di natura vegetale estremamente volatili. Questi, complice la scarsa capacità dei capelli albini di trattenere il pigmento, avevano dato alla bimba riflessi azzurri che ne originarono il soprannome di Azzurrina.
La leggenda narra che il 21 giugno del 1375, nel giorno del solstizio d’estate, Azzurrina giocava nel castello di Montebello con un palla di stracci mentre fuori infuriava un temporale. Era vigilata da due armigeri di nome Domenico e Ruggero. Secondo il resoconto delle guardie la bambina inseguì la palla caduta all’interno della ghiacciaia sotterranea. Avendo sentito un urlo le guardie accorsero nel locale entrando dall’unico ingresso ma non trovarono traccia della bambina. Il suo corpo non venne più ritrovato.
La leggenda vuole che il fantasma della bambina sia rimasto intrappolato nel castello e che torni a farsi sentire nel solstizio d’estate di ogni anno lustro (cioè che finisce per 0 e 5).
Azzurrina, il fantasma di Montebello

Sono molto contenta di farvela conoscere, in modo che possiate regalarla ai bambini e anche ai loro amici e compagni di classe, perchè contiene un messaggio profondo sulla diversità.
La bambina è Azzurrina: informazioni su di lei, fra storia e leggenda, si possono trovare nel nostro sito - Azzurrina Malatesta - e su Wikipedia.
Nella fiaba, la storia finisce bene. E’ una bambina troppo bianca, che fa paura. Ma, per sua madre, è diversa dalle altre bambine solo perché è più bella ... e ha doni speciali e meravigliosi.
Il libro è: "Azzurrina" di Angela Nanetti. Ed. Einaudi ragazzi
Ci sono belle illustrazioni. Costa 7 Euro: cosa volete di più?
Azzurrina. Angela Nanetti - Edizione Einaudi Ragazzi

In certi giorni particolari si mette a seguirli e a volte le accade di captare la presenza di qualcuno che sta in disparte e tenta di entrare in contatto con lei e di “calpestare la riga” che separa la vita visibile dalla vita invisibile, la storia dall'immaginazione.
È il primo giorno di un nuovo anno. Forse è l'unico momento in cui mi aspetto anch'io qualcosa di diverso dai turisti che anche oggi verranno a visitare la Rocca di Montebello. È festa per loro, ma non per noi che proprio in queste occasioni lavoriamo senza requie. Ci sono momenti nei quali non li voglio vedere, in altri sono un po' curiosa e allora sbircio i volti di adulti e bambini nella speranza di riuscire a scorgere un'attenzione particolare, un guizzo nell'espressione, una qualche forma di leggiadria.... continua la lettura del racconto
Non restate in silenzio, Adriana Lorenzi - Edizione Le Lettere

PER INFORMAZIONE
Raising a child with albinism. A guide to the early years
Tutti i problemi cruciali cui si trovano di fronte i genitori disorientati dalla nascita di un bambino albino vengono trattati con chiarezza e grande praticità, in un linguaggio semplice, accessibile anche a chi abbia una conoscenza elementare della lingua inglese.
Le immagini dei bambini albini riportate nel libro sono molto belle e rasserenanti: costituiscono da sole una parte del testo e un buon motivo per richiederlo.
Questi gli argomenti:
1)Accogliere un bambino con albinismo nella vostra vita
2)Cos’è l’albinismo
3)Quale impatto avrà l’albinismo sulla sua crescita?
4)Stimolare la vista
5)Professionisti della salute ed esame oculistico
6)Opzioniterapeutiche
7)Fornitori di servizi*
8)Servizi di intervento precoce*
9)Tecnologie assistite1
0)Aspetti sociali dell’albinismo
11)Albini di colore
12)Protezione solare
13)Vostro figlio in classe1
4)Lo sport e i bambini con albinismo
* La situazione descritta è relativa agli Stati Uniti ma un raffronto con il nostro paese è ampiamente possibile.
Raising a child with albinism. A gude to the early years, NOAH

Bambini di pezza.
Con gli occhi a stella…”Con “un bastoncino rotto nel DNA”. *
Quindici storie di bambini e persone adulte affette da una malattia genetica rara, alle prese con lunghe peripezie per ottenere una diagnosi precisa, in modo da poter identificare un percorso di recupero e di ottimizzazione delle capacità. Segue la difficoltà di avere a disposizione farmaci adeguati: le case produttrici non sono motivate a investire nella ricerca e nella sperimentazione, dunque si rende necessario trovare finanziamenti alternativi Le storie raccolte in questo libro (ad ognuna fa seguito una scheda di informazione scientifica), evidenziano come la diagnosi precoce e la disponibilità di farmaci possano ridurre al minimo i danni della malattia e aprire la strada a una condizione di vita soddisfacente.Sono tutte storie di persone eccezionali, i malati, spesso bambini, e le loro famiglie, che riescono a mobilitare risorse e strategie impensabili, ad inventare la loro convivenza con la malattia e l’equilibrio con la “normalità”, a trovare risposte di senso al di là di tutte le ragioni, spesso nella dolorosa solitudine in cui una società apparentemente tollerante lascia chi è diverso nell’aspetto e nella capacità di prestazione.
Con l’introduzione di Dario Fo e interviste alla responsabile del Centro Malattie Rare e ai più quotati ricercatori nel campo della medicina genetica.
*bambini tutti bianchi con gli occhi trasparenti
Fra le anomalie genetiche rare, insieme a tante altre che non rientrano in questo l ibro, rientra l’albinismo (n.d.r.)
Siamo solo noi, Margherita De Bac

"I colori del nostro tempo" . L'opera è strutturata come un dizionario, che dà una pronta risposta enciclopedica a qualunque curiosità riguardo alla storia e al valore simbolico dei colori.
Ecco un possibile quadro riassuntivo delle differenti funzioni e dei diversi significati del colore bianco nella cultura occidentale così come vengono presentati nelle voci del presente dizionario:
1. Colore della purezza, della castità, della verginità, dell’l'innocenza:
• Abiti ecclesiastici bianchi, colore liturgico.
• Abiti per battesimi e nozze (abito bianco solo a parti¬re dal XIX secolo). A Roma, toga bianca dei «candi¬dati» {candidus).
• • Bianco dell'agnello, delle vergini, delle vestali ecc.
2.. Colore dell'igiene, della pulizia, del freddo, di ciò che è sterile:
• L'igiene: i saponi, i detersivi sono bianchi. Per secoli, lenzuola, biancheria e tessuti posti a diretto contatto con il corpo sono stati di colore bianco.
• Colore del freddo, della neve, del Nord: caramelle alla menta (forte). Frigorifero.
• Elettrodomestici che conservano o lavano. Cucina, bagno: prevalenza del colore bianco.
• Colore della semplicità, della discrezione, della pace.
• Gerarchia dei codici di colore: il bianco segnala sem¬pre il livello più semplice Cintura
bianca, pista bianca.
• Modestia dell'aspetto: in bianco.
• Discrezione, neutralità. Bandiera bianca. Idea di pace (e di rinuncia).
3. Colore della saggezza e della vecchiaia:
• Capelli bianchi, persone anziane (il bianco riesce a es¬sere nello stesso tempo il colore dell'infanzia e quello della vecchiaia).
• Colore dei vecchi saggi, dei folli, dei druidi, dei maghi.
4.. Colore dell'aristocrazia, della monarchia
• Il bianco, colore del re. I partiti realisti. La bandiera bianca nella Francia del XIX secolo.
• Eleganza degli abiti bianchi. Camicia bianca.
• Colletti bianchi nell'industria (in contrapposizione al¬le «tute blu»).
5. Assenza di colore:
• I fantasmi, le apparizioni. La morte.
• La paura, l'inquietudine.
• Il grado zero del colore. L'opposizione bianco e nero/ colori.
6. Colore del divino:
• Il bianco, colore delle divinità, degli angeli.
• L'eternità, il paradiso.
• La felicità.
I colori del nostro tempo, Michel Pastoureau - Edizione Ponte alle Grazie

Nello Zimbabwe, solamente i barbagianni sono considerati uccelli delle streghe. Quando si è chiesto il motivo di questa discriminazione per una specie in particolare, un ornitologo del posto ha risposto: “Perché sono bianchi”. Questa gente è convinta che portino sfortuna e quindi li uccide appena possibile. Gli stregoni locali usano i loro becchi e artigli per fare dei potenti preparati a danno di qualcuno…”
Le civette e altre creature della notte, Desmond Morris - Castelvecchi Editore

NUOVI RACCONTI
-Nora, vuoi rivelarci a che età è iniziato il tuo rapporto con la musica?
Nora passa tutto il giorno a giocare con quell’affare… Ripete mia madre, affabile e distratta. Credo che le piaccia la musica. Non dovrebbe stare sempre sola, sempre in casa, sempre nella penombra. Andiamo pure, la troveremo al nostro ritorno dove l’abbiamo lasciata, stanne certo.
-Avevo cinque anni, ancora non andavo a scuola.
-Nella tua famiglia ci sono altri musicisti?
Proprio non si capisce da chi abbia ereditato un simile dono (dono?). Buffa bambina aliena. Strana, strana anche in questo. Quell’affare è troppo grande per lei, finirà per storcersi la schiena. Devo proprio comprarle qualcosa di più adatto. Ma cosa?
-No, io sono l’unica.
-E come mai proprio il violoncello, uno strumento, dopotutto, meno comune per i bambini rispetto ad altri, come il pianoforte o il violino?
Una domenica di pioggia. La porta della mia stanza è socchiusa; fa già quasi buio, me ne sto distesa sul letto ad ascoltare le gocce che battono sul tetto come i becchi di minuscoli uccelli. A un tratto qualcuno entra piano, senza fare rumore. Capisco che si tratta di Emilio dall’odore di sigaretta e di acqua di colonia. D’altra parte, chi altro potrebbe essere? I miei genitori, le mie sorelle sono tutti di là, nel soggiorno, insieme a decine di invitati. Mangiano, bevono, discutono. Non può essere che lui. Altri angeli, in giro, non ce ne sono: si potrebbe cercare per giorni e non se ne troverebbero. Emilio accende la luce. Ha in mano un grande pacchetto di cui non mi importa niente. Anzi, preferirei che non ci fosse perché è qualcosa tra di noi. Mi piacerebbe che fossimo soli. Ma per nessun motivo al mondo vorrei fargli dispiacere, così gli butto le braccia al collo e subito dopo, ridendo, strappo il nastro bianco e la carta dorata. Trovo una scatola di legno che racchiude a sua volta un oggetto strano, quasi più alto di me. Magico, senza ombra di dubbio.
-Un giorno Emilio, un amico di mio padre che era molto affezionato a me, mi regalò il suo violoncello. Capii subito che non si trattava di un giocattolo, ma di qualcosa di speciale. Ne fui affascinata e decisi di imparare a suonarlo.
-Fu quest’uomo a insegnarti a suonare?
Ogni singolo giorno, ogni singola ora, ogni singolo minuto passati a aspettare il sabato pomeriggio. Emilio mi ascolta suonare e ogni tanto accarezza appena i miei capelli del colore della neve. E’ una mano tesa verso la mia solitudine. Solitudine senza dolore, senza emozioni, senza domande. Le domande verranno più tardi. “Sono belli i tuoi capelli, Nora” – mi dice. Ma io non gli credo, perché a scuola, per colpa dei miei capelli, mi chiamano la vecchia bambina, e io la mia vecchiaia precoce la sento rimbombare come un’eco nel vuoto che ho dentro, dove spuntano solo piante secche e fiori appassiti.
-Sì, Emilio fu il mio primo maestro. Mi ha dato lezione per un paio d’anni, veniva a casa nostra quasi tutti i sabati pomeriggio. Prendeva il tè con i miei genitori poi saliva in camera mia e ci esercitavamo.
-Quand’ è che tu e i tuoi genitori avete deciso di rivolgervi a una scuola di musica? Immagino che questo Emilio abbia potuto condurti solo fino ad un certo punto.
Aspetto, aspetto invano. Ripenso a Emilio tutti i giorni, tutte le notti; mi rompo la testa. Cominciano le emozioni e le domande. Troppe. Mi tornano in mente la sua espressione triste e la paura che a volte impastava la sua voce. Infine lo perdono.
-Sinceramente, non so dire fino a che punto avrebbe potuto portarmi Emilio. Il fatto è che un giorno se ne è andato. E’ sparito, si è volatilizzato nel nulla.
-Allora a chi vi siete rivolti?
Siamo io e il violoncello, e è come essere ancora con Emilio. Nessuno mi accarezza più i capelli ma non ha importanza. I miei genitori mi ripetono distrattamente di passare più tempo all’aria aperta. Mi vestono di tutto punto quando vengono a casa i clienti di papà o le amiche della mamma. Per il resto, mi lasciano in pace. Anna e Carlotta, le mie sorelle più grandi, appartengono a un altro mondo, che non si incontra mai con il mio. Ma la mattina devo andare a scuola, e a scuola i compagni ridono di me e gli adulti mi trattano con finta compassione e distacco. Una mattina, non so più per quale motivo, entro in un’aula dove ci sono dei bambini e degli insegnanti. Appena apro la porta, uno scroscio di risate mi investe come un treno che mi fa a pezzi. E’ una bella giornata, la stanza è inondata di luce e io, abbagliata, non vedo niente. Immagino le facce, i denti, le bocche da cui provengono quelle risate. Non mi chiedo perché stanno ridendo. Lo so già, l’ho sempre saputo anche se nessuno gli ha mai dato un nome. Gli adulti non dicono niente. Non vedo neppure loro, so che ci sono ma non li vedo e anche di loro devo immaginare l’espressione impassibile, solo appena alterata da una smorfia di pietà. Ci sono state altre mattine così, altre ce ne saranno. Ma a casa, ad aspettarmi, c’è l’anima di Emilio imprigionata nel violoncello, e come per incanto tutto torna a posto.
-Sul momento miei genitori non si rivolsero a nessuno. Non si erano resi conto che per me il violoncello era una cosa seria. Credevano che si trattasse solo di un gioco, di una stramberia di Emilio che in poco tempo sarebbe sparita dalla nostra casa come era sparito lui. Io però ho continuato ad esercitarmi da sola, tutti i giorni.
-Ma alla fine ti avranno pur fatto prendere lezione, non vorrai dirci che sei un’autodidatta!
Gli anni scivolano via uno dopo l’altro quasi silenziosi, accompagnati solo dal suono roco e malinconico del mio strumento che stringo tra le gambe come un amante. Ogni tanto qualcuno mi chiama, ma resta lontano.
-No, niente affatto. Mio padre, quando si è rese che per me la musica era davvero importante, cercò un’insegnante qualificata. Poi, all’età di quindici anni, mi hanno iscritta al conservatorio, e i miei studi li ho proseguiti lì. Ma il più ritengo di averlo fatto da sola: sono state le interminabili ore passate nella mia stanza, ad esercitarmi, che mi hanno permesso di fare il salto.
-D’accordo. Però devi raccontarci che fine ha fatto Emilio.
Una telefonata, di notte, molto tardi. Ancora la stessa voce, bassa, inconfondibile. I debiti mi erano entrati addosso come spine. Giocavo ogni notte, e ogni notte perdevo. Ho bruciato tutto. Ho bruciato anche te. Potrei dirti il contrario, ma mentirei. Da quando sono arrivato quaggiù, non ti ho mai pensata, neppure una volta. Buffo vero? L’avresti mai immaginato? Ma l’altro giorno ti ho vista in televisione. Mi ha fatto uno stranio effetto trovarti cresciuta: una parte di me era certa che saresti rimasta bambina per sempre. Sentendoti suonare ho pianto, così ho deciso di scriverti. Ma tu non cercarmi. E tutto qui, non c’è altro. La tua stanza nella penombra, un violoncello troppo grande per una bambina di soli cinque anni, i tuoi bellissimi capelli bianchi di cui ti vergognavi, e che ti accarezzavo facendoti arrossire. E’ questo tutto quello che siamo stati. Non c’è altro, credimi.
-Emilio mi ha telefonato qualche mese fa spiegandomi che era dovuto partire all’improvviso per un affare importante, di cui all’epoca non poteva parlare con nessuno. Adesso vive in Brasile, è molto ricco. Mi ha confessato di non aver mai smesso di pensare a me, e di aver seguito passo passo la mia carriera di violoncellista.
-Nora, cambiando argomento, vorresti parlarci del tuo primo amore?
Giorgio, perdutamente innamorato di me, mi aspetta all’uscita del conservatorio con un mazzo di fiori. Mi vuole parlare, gli trema la voce. Carlo cammina accanto a me nei pomeriggi d’autunno e mi racconta del suo progetto di diventare dottore o veterinario. Daniele mi ascolta suonare silenzioso, di nascosto, credendo che io non me ne accorga. Claudio mi chiede di sposarlo in un caldissimo pomeriggio d’agosto, al mare, davanti a un enorme gelato di frutta, quasi all’ora del tramonto. Ma io ho in testa solo Emilio. Emilio, e il nostro violoncello.
-Ve ne parlerei volentieri, ma credo di non averlo ancora trovato. Ho avuto delle storie, ma ripensandoci a posteriori, non userei la parola amore.
-Ti faccio una domanda forse un po’ personale. Come tu stessa hai talvolta ricordato, tu hai dei problemi di vista legati a una malattia genetica… Ti andrebbe di parlarne, e magari di spiegare se questo ha reso la tua carriera più faticosa oppure no?
La ragazzina albina che studia violoncello. Coraggiosa, senza dubbio. La ragazzina albina non vede bene. Pare che abbia difficoltà a leggere le note. Sorprendente. Una memoria sorprendente per la musica. Non legge, ricorda. Sorprendente. Coraggiosa. Non arriverà lontano, ma è coraggiosa. Non avrai paura della ragazzina albina spero. No, certo. Lei non può… Eppure…
-Non è sempre stato facile. Ma in effetti preferirei non parlarne. Scusami.
-Nessun problema! Dicci piuttosto quando sarà il tuo prossimo concerto.
-Tra un mese esatto, a New York
-Grazie Nora, in bocca al lupo. Un applauso per la bellissima, per la bravissima Nora, violoncellista romana di fama mondiale.
Il trucco ormai deve essersi sciolto del tutto. Il sangue esce dalle ferite. Presto annegheremo tutti. Il tuo vestito rosa confetto non ti servirà a restare a galla, e nemmeno questi stupidi applausi. Annegheremo tutti.
Stavo facendo piccoli lavori in giardino, avevo raccolto una viola - profumatissima!- e, per non gettarla via, me l’ero infilata fra i capelli. Le mie cesoie seguitavano a potare i rami del nocciolo, mentre un tiepido sole di primavera incipiente mi scaldava la schiena. Ma nuvoloni neri incombevano a ovest e pensai che la tregua non sarebbe durata. D’un tratto: un capogiro fortissimo. Mi aggrappai ai rami dell’alberello mentre tutto diventava nero.
Poi, un barlume di coscienza, come nel dormiveglia… ma cosa mi combini, Strega, ti ho fatto troppo male? (Strega è lei, il nocciolo). Molto lentamente iniziarono a tornarmi i sensi. Prima il tatto, e avvertii rami e foglie, una leggera brezza sul viso… ma la Strega ha i rami molto più sottili e deve ancora mettere le foglie… Poi l’udito, e sentii cantare uccelli, stormir di fronde, voci femminili… voci femminili? Mentre il mio naso analizzava un troppo intenso profumo di bosco, mi decisi ad aprire gli occhi. E per poco non mi viene un colpo. Stavo distesa sopra un enorme ramo d’albero, un po’ scanalato in mezzo e quindi anche molto comodo, con la testa appoggiata al tronco ed altri rami più sottili come ad abbracciarmi. Ma guarda tu, chi mi ha fatto questo bello scherzo almeno si è preoccupato che non cadessi! Scherzo? E chi mai e come, soprattutto, avrebbe potuto farmi un tale scherzo? Cominciai a tentare di muovermi e anche di capire a che distanza dal suolo mi trovassi.
Ma nell’intrico vegetale non capivo proprio nulla, così, goffamente, mi calai di ramo in ramo, non senza una certa strizza.
Arrivata faticosamente e dopo un tempo che mi parve eterno, a una grossa biforcazione, dove veramente non sapevo più dove appoggiare il piede, sentii le voci femminili avvicinarsi e guardai giù per fare il punto della situazione.
Ma valutare le distanze non è mai stato il mio forte, l’unica cosa che accertai fu che ero “ospite” di una quercia, o un altro parente di quella famiglia. Mi feci forza e provai a girare intorno al tronco per trovare altri rami più bassi.
“Ehi, dai, sappiamo che sei lassù, forza, scendi, non aver paura, è tanto che ti aspettiamo!”. Ah, beh, meno male che qualcuno sa che sono qui (dove magari vorrei saperlo anch’io) e mi stava pure aspettando! Mentre continuavo a tentare di non schiantarmi a terra, vidi braccia levarsi verso di me e con sollievo capii di non essere più tanto in alto.
“Su, per di qua, metti il piede qui che ti aiuto io”. Un paio di mani robuste mi afferrarono una caviglia e subito dopo aver temuto il peggio, mi ritrovai fra le braccia di un enorme, profumato, morbido e sorridente donnone.
Io non sono né bassa né magra ma mi sentii un cucciolo.
E venimmo immediatamente circondate da un gruppo di donne festosamente schiamazzanti.
Dopo momenti di vani tentativi di comprensione e di abbozzi di risposte, alzai le mani in segno di resa e finalmente quella che mi aveva “accolto” intimò il silenzio. “Basta, non vedete che la state frastornando, poverina? Andiamo a sederci e parliamo con calma!”. Ci scostammo di pochi passi dall’albero e ci sedemmo in circolo sull’erba fresca.
“Allora, sorelle, noi abbiamo dato per scontato che lei sapesse e fosse venuta intenzionalmente, ma è evidente che non è così…
Intanto presentiamoci… come desideri essere chiamata?”.
Si era rivolta a me, ma io stavo ancora pensando a ciò che aveva appena detto… sorelle… che sapesse… venuta intenzionalmente… e non risposi subito.
“Viola”,
“Alba”,
“Alba Viola”,
molte voci sostituirono la mia e le braccia, le mani, indicavano i miei vestiti, i capelli, gli occhi.
Ed io seguendo i loro gesti mi rendevo conto di varie cose: avevo ancora la viola fra i capelli ed indossavo una tuta viola. Inoltre, naturalmente, la cosa principale: io sono albina, pertanto ho capelli bianchi e occhi viola e questa è sicuramente la mia caratteristica fisica più evidente.
Sempre la prima donna prevenne ogni risposta: “vedi, non tutte noi usiamo i nostri veri nomi e molti sono stati suggeriti dalle altre, perciò ti chiameremo come vuoi e puoi dircelo subito o pensarci su, come preferisci. Comunque io sono Artemisia, l’abbraccio di benvenuto te l’ho già dato, ma te ne do un altro volentieri”. Fra le risate entrò nel cerchio e mi si avvicinò, mentre io mi alzavo in piedi per essere avvolta da quella montagna di carne cedevole ma soda, dall’intenso profumo di erbe. Ricambiai l’abbraccio con gioia, sentendomi protetta, accolta, perfino amata!
“Artemisia, bene, tu sei una vera forza della natura!”.
Lei sorrise ammiccando con i profondi occhi scuri, come ad intendere: “tu non immagini quanto!”.
Ad una ad una anche le altre si alzarono per presentarsi.
Camilla, alta circa come me, capelli biondo-ramato, occhi blu, mi abbracciò calorosamente, con due baci sulle guance.
Margherita, piuttosto bassa, magra, capelli neri, mi arrivò da dietro e mi prese alla vita, scusandosi goffamente ma con entusiasmo: disse di essere totalmente cieca, tempestandomi il viso di baci. Replicai: “Beh, ovviamente mi dispiace per te, ma almeno c’è qualcuno che ci vede meno di me!”.
Melissa, piccola e tonda, capelli biondo-oro, occhi azzurri, mi avvolse in un morbido abbraccio dal fresco profumo di limone, scoccandomi un sonoro e un po’ umido bacione.
Laura, asciutta, quasi brusca, capelli castani e occhi pure, mi prese entrambe le mani baciandomi in fronte.
Erica, fiammanti capelli rossi, occhi verdi, mi travolse in un abbraccio danzante, cantandomi benvenuta, benvenuta, benvenuta...
Stavo per chiedere finalmente spiegazioni ma vidi arrancare verso di me un’altra donna, vistosamente zoppa, che disse di chiamarsi Silvia. Capelli castano chiaro, occhi grigi, mi tese la mano che non reggeva il bastone, salutandomi formalmente.
“Oh, finalmente questa è l’ultima, dài, dillo che lo stai pensando! Il mio nome è Malva e sono ultima solo per caso, sia chiaro!”. Capelli biondo pallido, occhi chiari, alta e robusta, mi tenne a lungo in una dolce stretta.
Finché ci giunse la voce di Artemisia: ”va bene, donne, si sta facendo tardi, dobbiamo andare e poi per oggi le emozioni possono bastare”.
In effetti il disco arancione del sole, poco sopra l’orizzonte, allungava le ombre ed infiammava i colori. I saluti divennero di commiato ed io mi sentii smarrita: “no, un momento, aspettate, penso di meritare qualche spiegazione, no? E poi voglio dirvi…” il mio nome, conclusi fra me.
Si erano già dileguate come fate dei boschi. Ma Artemisia mi si avvicinò sorridendo e mi prese la mano: “non preoccuparti, avrai tutte le spiegazioni che sarò in grado di darti, ma non qui, ti va di essere mia ospite?”. “Beh, non penserai che gradirei passare la notte su quel ramo, vero? – e indicai la quercia – Anche se devo dire che era comodo e quella è una pianta assolutamente formidabile, non ne ho mai visto una tanto immensa”. Artemisia rise: “a proposito, Lei, viene detta ‘Quercia delle Nove Sorelle…”.
Feci un piccolo conteggio mentale, fra sghignazzi e ammiccamenti affermativi della donna. Ma, pur stupefatta e incuriosita oltre ogni dire, decisi di non insistere e ci avviammo lungo il prato in declivio, tappezzato di fiori di tutti i colori. Mi accorsi che ci trovavamo su una collinetta, non molto distante dal paese, che ora si iniziava a scorgere, di case basse, per lo più di sasso. E verso una di queste si diresse Artemisia.
Mi introdusse in una vasta cucina, con pavimento in cotto, travi di legno, un massiccio tavolo e un grande camino già preparato per il fuoco, che lei con rapidi gesti fece divampare. La sera si era fatta fresca. Aleggiava nell’aria lo stesso sentore di erbe amare che emanava dalla sua persona. C’era anche una stufa a legna, non molto diversa da quella della casa della mia infanzia, sulla quale troneggiava una panciuta pentola di coccio. “Non ho granché da offrirti, ti va una zuppa e del formaggio?”, “ma certo, va benissimo. Senti, posso chiederti di che cos’è questo odore?”. “Uhm, è molto sgradevole?”, “no, assolutamente, al contrario! È intenso ma piacevolissimo e anche molte delle altre donne avevano profumo di erbe”. Si rasserenò, mettendo in tavola due grosse ciotole di zuppa fumante, una pagnotta, uno spesso tagliere con sopra il formaggio e una brocca di vino con due bicchieri. Mi sorrise e ci mettemmo a mangiare. In quel momento apparve un grosso gatto rosso dagli enormi occhi verde smeraldo, che miagolò piano ed andò a strusciarsi contro le gambe di Artemisia: ”ah, eccoti qua, Zenzero, quando compari tu? Quando si mangia, naturalmente! E gli altri due vagabondi dove sono, eh? Così almeno do la pappa a tutti e non ci sono discussioni”. Come evocati dalle sue parole, arrivarono di corsa altri due mici, uno tigrato a larghe strisce scure su fondo chiaro e uno tutto nero, lucido, occhi d’ambra. Rivolta a me, lei fece le presentazioni: “quello tigrato è Pepe e occhio che lo è anche di carattere, l’altra è Liquirizia, ma se ti va di accarezzare qualcosa di peloso ti consiglio questo patatone rosso, adora le coccole ed è dolcissimo”.
Infatti allungai la mano e il micione subito ci si infilò sotto alzando la coda e partendo con fusa sonore.
“Allora, l’odore è di artemisia, ci faccio un liquore, che dopo ti farò assaggiare, a meno che tu non faccia parte di quella tristissima razza di persone che non bevono alcolici. Ti piace la zuppa?”. Risposi che bevevo, anche troppo!, e la zuppa era veramente squisita, con cereali, legumi e verdure che non riuscivo a identificare con certezza, ma aveva un sapore ‘antico’, di roba sana, genuina, senza schifezze chimiche.
“Dunque, devi sapere che noi siamo una congrega di streghe molto antica. Alcune sono erboriste, o cuoche, per cui l’odore di spezie è naturale, o guaritrici, come Melissa, che alleva anche le api. Malva fa la levatrice, Silvia tesse magnifici tappeti, Margherita è una musicista molto richiesta, suona l’arpa e il violino. Erica e Laura sono ceramiste, quella pentola è opera loro, ma fanno cose anche molto più artistiche.” Si alzò per andare a prendere dei vasetti che mise in tavola, tutti decorati, di vari colori e fogge, molto belli, forse senza accorgersi che ero rimasta col cucchiaio a mezz’aria e per poco non mi strozzavo col boccone. Infatti proseguì tranquilla: “Il fatto è che, già molti mesi fa, ci siamo accorte che l’equilibrio fra i mondi è in serio pericolo ed essendo morta la nostra sorella più anziana, abbiamo iniziato una ricerca. Sai, se il cerchio non è completo, ha molta meno forza e questa è una questione di vita o di morte. Ma, scusa, mi stai ascoltando? Oh, lo so, magari abbiamo interferito pesantemente nella tua vita, magari hai marito e figli che si chiederanno dove sei finita, ma anche noi, sai…”.
“ Ehi, frena un attimo, non è tanto quello il problema, è che io non sono una strega, avete sbagliato persona!”.
Ora fu il suo turno di restare a bocca aperta… Mentre io prendevo in mano i vasetti ad uno ad uno ammirandone la qualità, si alzò in piedi ed iniziò a marciare avanti e indietro torcendosi le mani. Per parte mia avevo appena iniziato ad assaporare il più sublime formaggio di capra che avessi mai provato e lo stesso poteva dirsi del pane e del vino, per cui il cosmo intero poteva attendere, almeno un pochino.
“Non è possibile. Questo non è proprio possibile…”, si rimise a sedere, ricominciando a mangiare, ma con la mente altrove. Era talmente sconvolta che tentai di distrarla: “lo fanno qui in paese, questo stupendo caprino?”. “Cosa? Ah, il formaggio, lo faccio io, col latte delle mie capre e anche il pane e il resto… il vino no. Senti, ciò che hai detto non ha senso, non si può sbagliare persona in una ricerca come questa, forse l’unica spiegazione è che tu non sai di esserlo, ma di certo sei una strega. E anche dotata, perché di questo abbiamo disperatamente bisogno”.
Mi dispiaceva immensamente deluderla e sarei d’altronde stata ben felice che avesse ragione, ma… Lei proseguì: “Ascolta, domani all’alba è l’equinozio di primavera e c’è anche luna piena, una combinazione di grande potenza. Purtroppo abbiamo pochissimo tempo, non posso darti modo di ambientarti, renderti conto, chessò… superare lo choc. Ci troveremo alla Quercia e chiuderemo il cerchio, ci sarai anche tu, non dirmi di no!, si capirà subito se sei una di noi”.
Ero perplessa: perché questa donna, sicuramente di grande intelligenza e sensibilità, pretendeva che fossi per forza ciò che non ero? Sarà la disperazione, dato che io non ho la più pallida idea di questo pericolo mortale incombente, contrariamente a ciò che lei sembra credere.
Artemisia si era alzata e tornò dall’altra stanza portando una bottiglia di foggia elaborata, di vetro spesso, contenente un liquido di un intenso color giallo tendente ad verde. Ne versò due bicchierini e mentre li alzavamo mi guardò intensamente: “verrai?”. Esitai solo un istante –aroma pungente, effluvio inebriante di essenze, tonalità di verdi con sprazzi lilla- poi, cozzando il bicchiere col suo: “al successo del cerchio delle Nove Sorelle!”.
Bevemmo: Elfi e Silfidi, Gnomi ed altri esseri di cui non conosco il nome danzarono dietro ai miei occhi. Nel naso quel sentore penetrante di erbe, in bocca e nella gola il gusto indescrivibile di umor di bosco profondo. Alè, sono impazzita… nell’attimo stesso che pronunciavo quel brindisi ed assaporavo quel nettare, dubitai fortemente delle mie facoltà mentali: “senti, confessa, mi hai fatto un incantesimo, hai messo qualche droga nel cibo o è questo liquore…”. Mi inchiodò con i suoi profondi occhi scuri: “Viola, ascoltami bene: questa è una cosa che non devi dire nemmeno per scherzo! Nessuna di noi si sognerebbe mai di indurre con la magia qualcuno ad agire contro la propria volontà! La nostra è solo magia benefica, bianca o verde, raramente rossa, mai nera! Dimmi se mi credi!”.
La rassicurai che avevo solo scherzato e allora si rilassò, invitandomi a seguirla nella stanza attigua. Mi trovai in un ambiente molto più luminoso della cucina, anche se del sole restava ormai un riflesso soffuso. Le due pareti a ovest e sud erano infatti occupate da finestre e due porte-finestre; ai restanti muri erano appese erbe e fiori di ogni tipo e sul lungo tavolo al centro e sugli scaffali, libri, alambicchi, vasi, vasetti e una miriade di utensili e oggetti la cui natura mi era del tutto sconosciuta. “Accipicchia! Che spettacolo! Non so che darei per avere una stanza così per dipingere, fare ceramica, i miei pastrocchi, insomma!”. Lei rise ed aprì una delle porte-finestre. Dava su un orto botanico, o giardino dell’Eden, ai miei occhi, e si mise a descrivermi nome ed uso di ogni curatissima piantina e fiore, come se mi stesse presentando la sua famiglia. Io, pur interessata ed ammirata, forse tradii la stanchezza: “scusami, per te è stata una giornata pesante, dobbiamo alzarci prima dell’alba e io ti annoio con la botanica. Ma è la mia passione e quando comincio…”.
Mi guidò su per una breve scala di legno, mi mostrò un bagno sontuoso, con una vasca enorme, a semicerchio e, al mio stupore, raccontò: ”abbiamo acqua termale anche nelle case, in abbondanza. E viene depurata, rivitalizzata, rimessa in circolo, a seconda degli usi, mai sprecata. Anche l’energia deriva tutta dalla natura e non costa quasi nulla”.
Poi aprì la porta di una camera con due letti: “questa era di due delle mie figlie, scegli il letto che vuoi”.
“Due delle tue figlie? Perché, quanti figli hai?”, “oh, una caterva e anche nipoti! Ma sono tutti lontani, il più piccolo è su al pascolo con le capre”. “Anche le altre, immagino, avranno famiglia. Scusa se te lo chiedo, ma non hanno nulla da ridire, le famiglie, di questa vostra ‘attività’?”, “quale attività, la stregoneria? Certo che no, perché dovrebbero? Te l’ho detto che è una tradizione molto antica e anche molto rispettata. Tutti, prima o poi, hanno bisogno di noi!”. Pensai che lì evidentemente non era mai arrivata l’Inquisizione e forse neanche la medicina ufficiale. Comunque non mi reggevo proprio più in piedi e, anche se migliaia di altre domande mi ronzavano in testa e un lungo bagno caldo in acqua termale mi tentasse enormemente, diedi la buona notte ad Artemisia e mi infilai con gratitudine in uno di quei letti dalle lenzuola profumate, addormentandomi come un masso.
Qualcosa mi solleticava una guancia, pensai a un insetto ed alzai la mano per scacciarlo, ritrovandomici contro la testa di un gatto ronfante, mentre una lingua ruvida mi leccava le dita, la fronte, la punta del naso.
Melusina, che ti piglia stamattina? Ma no, la mia micia non è così affettuosa… Ridendo aprii gli occhi: “Zenzero! Certo che sei proprio espansivo tu eh? Neanche mi conosci e già ti permetti di venirmi a svegliare”. “In realtà sono stata io ad istigarlo a svegliarti, è pronta la colazione”. Artemisia se ne andò con un sorriso ed io guardai la finestra: era ancora notte. Di mala voglia mi tirai in piedi, mi vestii e scesi sbadigliando i pochi gradini verso la cucina. Il fuoco ardeva nel camino e la tavola era imbandita di ogni delizia: pane tostato, burro, marmellate in ciotoline di ceramica, miele, brocche con liquidi fumanti, altre con liquidi colorati, frutta…
“Mamma mia, chi deve mangiare, l’esercito?”. Una strana occhiata accolse la mia frase: “dobbiamo essere in forze, su, mangiamo che si fa tardi”. Non replicai, ormai avevo accettato che si compisse quella cosa di cui non sapevo nulla, forse esclusivamente per fiducia in quella donna straordinaria, o anche per curiosità e non volevo chiedermi cosa sarebbe successo in caso di fallimento né… cosa sarebbe successo in ogni caso! Facemmo onore all’ottimo cibo, anch’io che di solito al mattino non mangio quasi niente e, apprestandoci ad uscire, Artemisia mi aggiustò sulle spalle un caldo mantello di lana con cappuccio: “Fa fresco sulla collina, a quest’ora”.
Un altro ne indossò lei e ci avviammo. Una luna enorme illuminava quasi a giorno la via, Artemisia mi prese sottobraccio, pensai preoccupata per la mia scarsa vista. “Meno male che almeno tu non credi che gli albini ci vedano di notte!”. Lei rise. Il percorso mi parve più lungo dell’altra volta, forse parchè era in salita, ma ben presto avvistai l’imponente sagoma della Quercia stagliarsi contro la luce della luna. Uno spettacolo magnifico, meglio di qualsiasi dipinto romantico!
E avvertii anche movimento: alcune delle sorelle ci stavano venendo incontro: “Artemisia, eccovi finalmente!”. Seguì un conciliabolo, mentre Artemisia proseguiva verso l’albero torreggiante. Non sapendo che fare andai con lei. Camminando fece dei segni con le mani e poi le appoggiò al tronco e si mise a mormorare. Ero incerta, imbarazzata e non tentai di carpire ciò che diceva ma istintivamente, dopo un attimo la imitai, restando però in silenzio ed inviando una preghiera allo spirito della Quercia. Che mi prestasse un po’ della sua forza e della sua saggezza per affrontare la prova, pur essendo io certa di non essere in grado di superarla. Staccando le mani dall’albero vidi Artemisia che mi guardava sorridendo ed arrossii ma, al tempo stesso, notai altre donne, forse appena arrivate, che gesticolavano, danzavano, cantavano, sussurravano, abbracciavano il tronco: “ognuna di noi ha il suo saluto speciale per la Quercia delle Nove Sorelle ed è giusto così”. Mi prese alla vita e mi condusse in una piccola radura, al centro della quale stava un cerchio di pietre dove il fuoco scoppiettava allegramente.
dipinto di Paul Ranson: "streghe attorno al fuoco"
Riconobbi la voce dolce di Melissa nella donna che prese la parola: “il cerchio delle Nove Sorelle è completo, questa notte di Luna Piena. All’alba, fra poco, sarà l’Equinozio di Primavera e noi ora chiudiamo il Cerchio Magico per invocare le forze della Natura e degli Spiriti Elementali, affinchè risanino la frattura che si è creata fra i mondi. Prendetevi per mano, Sorelle!”. Tutte le mani si strinsero e io per poco non gridai: una scarica elettrica mi percorse da capo a piedi, facendomi rizzare i capelli sulla nuca, ma subito mi resi conto che non era doloroso, potevo sopportarlo. Dopo poco mi parve quasi piacevole e cercai di rilassarmi. Allora cominciai a vedere come dei fulmini di vari colori saettare da una donna all’altra, pulsare, interrompersi, tendersi. Pensai alle onde radio, o agli equalizzatori degli impianti hi-fi. Chiusi gli occhi e avvertii chiaramente le singole presenze delle Sorelle:
Artemisia, al mio fianco, forte energia materna, con un nocciolo di potenziale pericolosità letale, di color blu scuro. Dopo di lei Silvia, un’energia un po’ distorta ma potente ed organizzata, dalla quale guardarsi, color turchese.
Camilla, energia calma e costante, decisamente benevola, di color verde erba.
Poi Melissa, color giallo oro, dolce, frizzante, gioiosa, senza ombra di malizia, ma pronta a colpire ogni eventuale nemico della comunità.
Ed Erica, fiamma viva, energia allo stato puro, calda e pulita, pericolosa ma senza averne coscienza, rosso vermiglione. Laura, qualcosa di pungente, impenetrabile, fortemente determinato, color porpora.
Poi Margherita, sicura e fiduciosa, diretta, vibrante ed allegra, di un luminoso magenta.
Alla mia destra Malva, presenza rassicurante, curativa, vitale, anche se con una vena di sana follia, color lilla.
E percepii anche la mia energia, per la prima volta nella vita, naturalmente viola, ancora incerta ma di indubbia forza.
E mentre i raggi di energia danzavano, si intrecciavano e fondevano, in mezzo ad essi cominciai a scorgere sagome di animali, alberi, fiumi, uomini, il tutto come in un’unica trama dal disegno complicato, che tentasse di creare un equilibrio, la migliore armonia possibile. Aprii gli occhi sentendo cadere alcune gocce di pioggia e pensai che fosse strano, vista la luna chiara, che però era scomparsa, cedendo il posto a nuvole bianche, illuminate da sotto dalla luce dell’alba, che si stava propagando ad est. La visione esteriore fu solo un lampo, perché subito tornò la presenza, intensissima, del Cerchio nella sua completezza.
Fu talmente potente l’emozione che caddi in ginocchio, insieme con tutte le Sorelle. In quell’istante il sole spuntò dall’orizzonte spennellando di viola la bassa nebbia sottile ed un arcobaleno stupefacente solcò il cielo in un arco perfetto e nitidissimo.
Mi ritrovai nel mio giardino, le mani avvinghiate ai rami del nocciolo, il viso bagnato di pioggia e davanti ai miei occhi un arcobaleno stupefacente solcava il cielo sopra i tetti delle case della città.
Era l’alba, un’alba viola.
Il bianco e il nero. La differenza.
Il bianco, che stona con il nero.
Il bianco, che è esclusione istintiva dal gioco e dal piacere di imparare.
Il bianco, la differenza che non si conosce.
La differenza, che l’ignoranza traduce in discriminazione.
In un piccolo villaggio d’Africa, uno tra tanti
Non importa il nome perché è uno tra tanti.
E’ un piccolo villaggio d’Africa.
E’ uno tra tanti, reale, non di fantasia.
Di buon mattino, ogni giorno, in un piccolo villaggio d’Africa, bambine e bambini si incamminano verso la scuola, chiudendo nel pugno di una mano l’elastico che raccoglie e lega un quaderno a righe e un quaderno a quadretti.
Di buon mattino, ogni giorno, in un piccolo villaggio d’Africa, anche Adu, si incammina verso la scuola.
Cammino, tenendomi ad una certa distanza dagli altri, come se stessi tra me e me, pensieroso.
Ma i miei occhi, sottecchi, osservano,
le mie orecchie, indisturbate, odono.
La sua immaginazione inizia a lavorare su ciò che vede e ciò che ode.
Le risate e i gioiosi gesti mi fanno ridere e gioire, proprio come se stessi in mezzo a loro. Rido e gioisco con loro.
Saltellano. E io saltello con loro, speranzoso.
Ad un certo punto, iniziano a parlare di scuola.
<<Hai studiato?>>
<< Sì, certo!>>
<< Bene allora ti interrogo, come fa la maestra. Cos’è un fiume? Cos’è un lago? Cos’è un mare?>>
Io ascolto e imparo. E’ bello imparare!
<<Hai fatto il tema, che ci ha assegnato la maestra?>>
<< Sì, ho scritto due pagine di quaderno!>>
Io non ho fatto il tema. Le pagine del mio quaderno a righe sono ancora tutte bianche.
Eccoci davanti alla scuola.
Timoroso, affretto il passo per accorciare le distanze.
Iniziano i canti e le danze, a ritmo di tamburo.
Mi faccio coraggio, mi infilo in mezzo a loro, per cantare e danzare con loro.
Ma vengo respinto.
Ci riprovo. Ma c’è sempre qualcuno che mi spinge via.
Festosi entrano, per imparare cose nuove.
Provo ad entrare anch’io, ma vengo allontanato.
Allora, torno indietro, verso casa, stringendo nel pugno della mia mano l’elastico che raccoglie e lega i quaderni di scuola.
Ci riproverò domani!
Oggi, mi hanno solo fatto un brutto scherzo.
Domani mi faranno entrare, perché io voglio imparare.
Di buon mattino, ogni giorno, per molti giorni a seguire, in un piccolo villaggio d’Africa,
Adu si incammina verso la scuola, speranzoso.
Ma ogni giorno, camminando lentamente, con la testa bassa e le orecchie tese a sentire ciò che non ode mai:
<< Adu, vieni , abbiamo scherzato!>>,
ritorna a casa.
Le pagine del suo quaderno sono ancora bianche.
Adu non sa scrivere. Adu non sa leggere.
Sa solo che cos’è un lago, che cos’è un mare, che cos’è un fiume…sa solo le cose sentite, camminando verso la scuola.
Non sa neppure com’è fatta una scuola! Nessuno lo ha fatto mai entrare, in una scuola.
Ora, ormai ventenne, è seduto lì, ai margini di una strada, con il palmo di una mano teso verso l’alto e la testa china.
Le pagine del suo quaderno a righe sono sempre rimaste bianche, come la sua pelle.
Adu è bianco.
Adu è albino.
I wakintu erano i nostri più accaniti nemici e spesso i miei cugini, insieme ai miei zii e al resto del villaggio, andavano da loro a prendersi a bastonate. Poi tornavano tutti rotti. Altre volte erano loro a venire da noi. Così di anno in anno. Con i wakintu avevamo in comune l’adorazione del tumuto. Tutte le cose dipendevano dalla benevolenza del tumuto. Se un serpente, per esempio, mordeva il polpastrello a qualcuno era perché glielo aveva ordinato il tumuto. Mia madre era stata punita dal tumuto, dicevano le zie, ed era morta per quello. Non so perché l’abbia punita, ma l’ha punita e adesso non c’è più. In un angolo della mia capanna c’era un tumuto di legno, con una testa allungata a tre apici e una scimmia col becco sulle sue ginocchia. Io non avevo mai visto dal vero una scimmia col becco, ma i miei cugini sì, dicevano che era più buona di quella con i denti.
A me piaceva il tumuto, anche se aveva punito mia madre. Era l’unica compagnia che avevo durante il giorno, quando i miei cugini andavano a caccia o giocavano a corda nel villaggio. A volte quando lo guardavo al buio mi chiedevo perché aveva mandato quell’insetto micidiale a conficcarmi il suo pungiglione per iniettarmi dentro tutto quel veleno che mi aveva tinto di bianco. Se non ci fosse stato nessun pungiglione con del veleno dentro ora mia madre mi potrebbe tenere sulle ginocchia, come il tumuto la sua scimmia. Di mio padre non so granché. Una volta una zia mi aveva detto che era stato ucciso da un animale durante una partita di caccia; un’altra zia, invece, mi aveva detto che era andato sulle montagne del Kisantu e che non era più tornato. Io non lo ho mai visto, a mio padre, e se lo ho visto, non me lo ricordo.
“Tu sei figlio del buio,” mi dicevano i miei cugini quando arrivava un temporale o c’era la secca. E quando una zia era morta strozzata da un male alla pancia, un mio cugino aveva detto che era tutta colpa mia: “Tu sei il lato nero del tumuto, per quello ti ha fatto tutto bianco e porti il buio tra di noi”. Alcuni mi sputavano addosso o mi lanciavano sassi. A me dispiaceva essere il lato nero del tumuto. Essere il lato nero del tumuto significava essere bianco con gli occhi rossi, e io invece volevo essere nero, come tutti i miei cugini. Se sei nero come i miei cugini puoi essere il lato bianco del tumuto e giocare a corda e guardare la luce del sole e farti fare del solletico sulla pianta dei piedi. A volte lo guardavo da vicino al tumuto, ma non lo toccavo mai; aveva gli occhi grandi come quelli di una civetta, mi mettevano paura gli occhi del tumuto.
Un giorno, mi ricordo, erano venuti tre wakintu a portarci un coccodrillo bianco come non si era mai visto prima. Io stavo accucciato vicino al tumuto; era entrato uno zio tutto di fretta e mi aveva presso per un braccio per portarmi fuori. La luce del sole mi aveva ferito gli occhi e non riuscivo a vedere nulla, solo sagome che si muovevano di qua e di là, ma dopo un po’, quando gli occhi mi si erano abituati, avevo notato che tutto il villaggio stava intorno a qualcosa buttata per terra e la guardavano e si dicevano: “Guarda, guarda”. Poi, quando mi ero avvicinato, avevo capito che era un coccodrillo.
“Vedi?” dicevano, “è tutto bianco come te”.
A me faceva impressione, quel coccodrillo morto per terra, lungo come una barca e con gli occhi aperti.
“Toccalo toccalo,” mi dicevano tutti, “dai, toccalo,” ma siccome io non lo toccavo, perché avevo paura di toccare quell’animale, anche se era morto, allora qualcuno mi aveva spinto e ci ero caduto sopra. Non avevo mai sentito la pelle di un coccodrillo. Era dura e faceva pensare alla crosta degli alberi. I wakintu dicevano che io avrei dovuto fare la fine del coccodrillo, altrimenti sarebbe stata la devastazione. Dicevano anche altre cose, ma io non capivo tutto, perché i wakintu quando parlavano tra di loro non si facevano capire dagli altri (gli zii dicevano che la loro lingua era stata rubata ai marabuku, che sono uccelli grossi che mangiano gli animali morti che stanno a terra). Comunque, dopo quelle parole una zia mi aveva presso per un braccio e mi aveva riportato dentro la capanna, e mentre fuori continuavano a parlare intorno al coccodrillo, io mi ero accucciato di nuovo vicino al tumuto. Lo guardavo, stava lì con i suoi occhi grossi senza dire niente.
“Non ti preoccupare, nessuno ti farà del male,” aveva detto mia zia, “è tutta colpa di quell’insetto che ti ha punto quando sei nato”.
“Anche al coccodrillo lo ha punto quell’insetto?” avevo chiesto.
“Sì, anche al coccodrillo,” aveva risposto lei.
Io non ero tanto sicuro di quella faccenda dell’insetto, ma ci credevo lo stesso. Del resto era una decisione del tumuto e, in qualunque modo lui avesse deciso di farmi bianco come il coccodrillo, la decisione era da accettarla. Anche la zia si era seduta vicino al tumuto e mentre lo guardava e cantava a bassa voce con le mani avanti come se volesse strozzarlo, una mosca nera gli si era posata sulla fronte. Lei l’aveva allontanata diverse volte e quella tornava sempre, nello stesso punto. Alla fine l’aveva lasciata perdere e quella era rimasta a saltellare sulla sua fronte. Poi era andata via da sola. Le mosche non venivano mai da me, andavano sempre dai miei cugini o dalle mie zie. E se una mosca, per caso, mi si posava sulla mano o sulla fronte, io la lasciavo fare. “Neanche le mosche ti vogliono,” mi aveva detto un mio cugino, sempre pieno di mosche intorno agli occhi. E quando un giorno una mi si era posata sul braccio mi ero alzato e ero corso a dirlo alle mie zie, perché lo dicessero ai miei cugini, ma appena mi ero mosso la mosca era volata via e non era più tornata.
“Zia,” avevo chiesto a mia zia, “ci sono le mosche bianche?”
“No, non ci sono”.
“E se per caso c’è una mosca bianca, le altre cosa fanno, l’ammazzano?”
“Non lo so”.
Le zie non sapevano mai niente di queste cose. Invece i miei cugini sapevano tutto quello che c’era da sapere. Qualunque cosa. Tu chiedevi e loro rispondevano, ma io non chiedevo niente a loro, perché dicevano sempre le cose brutte. Avevo chiesto solo la volta del coccodrillo morto, perché a un certo punto era scomparso e io ero in pensiero. Non mi avevano risposto, avevano detto solo che era dei wakintu e che sapevano loro che fine gli avevano fatto fare.
“Forse lo hanno restituito al fiume,” avevo detto.
“Oppure se lo sono mangiati”.
“Anche gli animali bianchi si mangiano i wakintu?”
“Certo.”
“Ma perché si diventa bianchi?”
“Non lo so,” aveva detto uno di loro. “Tu sei bianco perché tuo padre era bianco, un uomo grosso e puzzolente, arrivato in aereo. Poi se ne andato e non è tornato più”.
“Non è vero,” avevo detto.
“Invece sì, è venuto a caccia di animali”.
Una sera, durante una tamburata di luna piena, che preparava la stagione della caccia, ero uscito dalla capanna per andare a vedere la luna che si alzava sopra le vette del Kisantu. Era una bella notte e gli zii danzavano e bevevano intorno al fuoco col corpo cosparso di cenere. Anche le zie danzavano, e tutti avevano la faccia dipinta a strisce colorate e il corpo nudo. Io ero rimasto fuori dalla capanna a guardare la luna seduto su un tronco quando, all’improvviso, avevo sentito una bastonata sulla testa. Non tanto forte, ma abbastanza da sbattermi a terra e a lasciarmi un po’ stordito accanto al tronco. Non capivo cosa avessi fatto per meritarla, ma ci doveva essere una ragione. Poi mi avevano legato le mani e con una specie di scopino avevano cominciato a strofinarmi il corpo con un unguento colorato fino a dipingermi la pelle di rosso. A un tratto mi ero trovato vicino al fuoco. Da certe parole avevo capito che alcuni di loro non erano i miei zii, e neanche dei wakintu, perché non capivo tutto quello che dicevano, e anche se questo mi risparmiava di fare congetture sulla mia sorte, avevo paura di questi sconosciuti. Capita che certe tribù vadano ospiti da altre per mangiare le frattaglie dei giovani per rinvigorire lo spirito o per chiudere dentro la loro pancia la carne fresca di qualche sacrificato.
Sul fuoco affianco a me c’era uno spiedo con una stecca sopra. “Ma che, mi volete mangiare?” Non potevo pensare come questi stranieri potessero preferire la mia carne a quella di un bue o di una gazzella, per esempio. Tutto però mi faceva pensare che, nel caso mi avessero sacrificato, non mi avrebbero mangiato crudo, e questo già era qualcosa. Il fuoco si indeboliva sempre di più e pareva più disposto a spegnersi che a cuocermi. In quel momento mi ero chiesto diverse volte se la mia carne era uguale a quella dei miei cugini, oppure anche dentro era diversa. Comunque, l’idea di essere offerto a degli ospiti non mi piaceva affatto e anche se il fuoco non ardeva molto avevo chiesto lo stesso di slegarmi e di lasciarmi stare, altrimenti il tumuto, avevo detto, avrebbe staccato la loro testa e l’avrebbe fatta rotolare dalle cime del Kisantu fino al fiume. Le miei zie erano sparite tutte ed era inutile chiamarle per avere aiuto. Il mio corpo era diventato rosso e non riuscivo a distinguere le ferite, se mai ci fossero state.
La luna si era appena alzata sopra le vette del Kisantu ed era diventata tonda e bianca come non si era mai vista prima da allora. Ero rimasto lì vicino al fuoco per un buon tratto mentre i miei zii e quel gruppo di stranieri danzavano intorno a me. Poi si erano fermati all’unisono a guardare la luna che cresceva in dismisura. Sembrava un occhio gigante appoggiato sulle vette del Kisantu. Io tra me e me dicevo: “Aiutami, luna, fammi slegare”. A un certo punto, uno di questi stranieri, aveva alzato le braccia verso la luna, perché aveva capito che c’era qualcosa tra la luna e me; poi lo seguirono gli altri e infine tutto il villaggio. Dicevano “luna” e guardavano me; poi, “bianca” e guardavano ancora me. Alla fine mi avevano slegato, mi avevano tolto l’unguento con dell’acqua calda e mi avevano coricato per terra mentre tutti danzavano intorno, curandosi di non calpestarmi. C’era stato, sembrava evidente, un cambio di decisione repentino. Mi avevano alzato sotto braccio, mi avevano presso per le mani e per i piedi, nel frattempo tutti mi toccavano e ringraziavano la luna che si era alzata ancora di più sopra le montagne. Poi mi avevano portato dentro la capanna, dove mi aspettavano le zie, e mi avevano fatto dormire su un pagliericcio nuovo. Io non volevo dormire su quel pagliericcio, non ero abituato, ma loro insistevano che dovevo dormire lì lo stesso. Quella notte avevo sognato che ero un guerriero che combatteva da solo contro i wakintu. La mattina quando mi ero svegliato le zie mi avevano raccontato che gli zii, insieme ai cugini e al resto del villaggio, erano andati a prendere a bastonate i wakintu e che i wakintu erano scappati sull’altra sponda del fiume. Dicevano che era stata la luna ad aiutarli e che avevano finalmente capito che io ero figlio della luna e che la luna aveva parlato loro e così via. Io non sapevo se era un bene o un male. In ogni modo, avevo ringraziato il tumuto per questo riconoscimento e per la prima volta lo avevo accarezzato sulla testa.
Allora, rimaste sole attorno alla tavola, le caviglie libere finalmente dai cinturini delle scarpe, le sorelle facevano gli ultimi commenti sui fiori nella sala, sulla torta avanzata, e su quanto sarebbe durato l’entusiasmo d’amore della nuova coppia.
Era generalmente quando il discorso prendeva quella piega che una di loro nominava l’Ines. Le altre abbassavano la voce, qualcuna faceva finta di niente o cercava di cambiare discorso, sono cose vecchie, cosa vai a tirar fuori. Ma non c’era verso, si finiva sempre per parlare di quella storia. E ce n’erano delle cose da dire, e da ricordare.
Ognuno poteva dire la sua, su al paese, chi c’era in quegli anni almeno. Sulla loro famiglia, sull’Ines, e sul Fausto naturalmente.
Che poi, passi per il Fausto, ma se c’era una da cui non aspettarsi quello che era successo, era proprio lei, chi se lo sarebbe immaginato, con tutte le belle figlie che c’erano allora,. A quel punto di solito le sorelle tiravano su gli occhi e si spiavano senza parere, facendo paragoni sugli sgarbi dei guai e delle vite.
L’Ines non era mai stata una bellezza. Sarà che era nata che la madre era già un po’ in là con gli anni. Due ne aveva fatte quella volta, ma l’altra bambina era morta subito, e l’Ines l’avevano salvata per un pelo. Non avevano mai capito se era una fortuna o una disgrazia, vedersela crescere davanti secca come una saracca, con quei colori strani che nessuno aveva mai visto nella loro famiglia e neanche in paese.
Ha gli occhi bianchi, aveva detto la levatrice avvicinandola ancora gocciolante di sangue alla finestra. Poi, l’Annina la sorella più grande se lo ricordava bene, le aveva rovesciato le mani e i piedi e l’aveva portata in fretta fuori dalla stanza. Mamma era troppo sfinita per badarci, e loro impensierite che ci fosse un’altra bocca da riempire. Papà, già all’osteria a far festa, chissà quando si sarebbe rivisto a casa.
Dopo l’Ines per fortuna non ci furono altri figli, e lei crebbe così, in punta di piedi, senza tante attenzioni, nessuno aveva tempo e pensieri da dedicarle. Ma non sembrava patirne, pensavano le sorelle grandi, guardando un po’ inquiete il celeste dei suoi occhi e i capelli quasi bianchi, come strinati dal sole. Era fatta a suo modo, non aveva mai fame o sonno, non faceva le tigne solite dei bambini, era come se sapesse da subito di essere arrivata troppo tardi, e che alla vita che le era capitata doveva abituarsi e basta, senza storie.
Eh sì che di storie ce n’erano nella casa dove stavano da bambine, su quello spuntone di montagna secco di polvere in estate e di gelo d’inverno. Un groviglio di pietre tenute insieme dalla miseria. In cima alla salita la chiesa e il cimitero, per le preghiere senza risposta delle donne; all’inizio del paese l’osteria, dove gli uomini sgravavano le angherie della vita almeno fino al giorno dopo.
Urla, pianti, male parole per una fetta di polenta, uno straccio da mettersi addosso, un paio di scarpe. Brutte cose, a raccontarle oggi non ci si crede, si ripetevano in seguito le sorelle carezzando con gli occhi il ben di dio che le circondava. E spostavano la mente in fretta da quei giorni di fatica e fame, chine ancora bambine sul sudore di quel brandello di terra di nessuno, che nessuno reclamava perché non aveva niente da dare. Le ore afose dell’estate, il buio dei pomeriggi di novembre, i giorni di festa senza allegria, a ingoiare la rabbia e l’amarezza per tutto quello che non avevano e che non potevano essere.
L’Ines, lei cresceva senza un perchè come una pianta selvatica, sempre coperta dalla testa ai piedi anche in estate, attenta al fuoco del sole sul velo trasparente della pelle. A volte L’Ines, lei cresceva senza un perchè come una pianta selvatica, sempre coperta dalla testa ai piedi anche in estate, attenta al fuoco del sole sul velo trasparente della pelle.capitava che da bambini, intanto che giocavano tutti insieme in strada, qualcuno le corresse dietro, per sollevarle tutti quegli stracci, e vedere come era fatta sotto. Ma lei scappava, ed era così svelta che nessuno riusciva mai a prenderla. Neanche il Fausto, che era il più alto di tutti, perché lei correva ancora più forte quando se lo vedeva dietro. Per un bel po’ se ne stava nascosta chissà dove, e poi tornava a casa, senza fretta, con quei capelli pallidi che le facevano ombra alle guance. Raccogliti i capelli, sfacciata, le sibilava la madre quando la vedeva sull’uscio, e rimettiti in ordine. Dove sei stata fino adesso?
L’Ines le sorrideva, forse si aspettava una carezza o magari una sberla che le facesse sentire per una volta come era la mano di mamma sulla pelle. Ma lei si era già voltata sul suo lavoro, senza neanche aspettare una risposta, e a carezzarla o menarla non ci pensava neanche. Quella figlia senza colori le dava un’angustia strana, non la toccava volentieri, già faceva fatica a tenerci gli occhi sopra. A volte le succedeva di pensare a quell’altra, che era morta senza che ci fosse stato il tempo di battezzarla. Non gliel’avevano neanche fatta vedere, istupidita com’era da tutto quel sangue che le era corso fuori. Forse lei non era così. Era normale, come tutti gli altri suoi figli, venuti al mondo senza bisogno della levatrice, con i capelli scuri e le guance rotonde.
Un giorno o l’altro doveva decidersi e parlare con don Fermo, di tutti i sogni che le avevano rovinato il sonno di quei mesi, prima che le gemelle nascessero. Anche altre cose doveva raccontargli, che se le teneva dentro e si vergognava, perché lo sapeva che ci sono giorni che certe cose non si fanno, è peccato, ma vallo a spiegare all’uomo quando è pieno di vino e di istinto. E che non si può andare contro natura, poi le cose vanno a finir male, guarda un po’ cos’era successo a queste figlie, una presa dal demonio e l’altra, che anche se era qui, dava tanto da pensare.
Così l’Ines non si decise mai a rivelare alla madre e a nessuno dove stesse tutto quel tempo nascosta. Chissà se al Fausto lo disse in seguito, o se lui lo sapeva già da subito, quello rimase un dubbio che le sorelle non riuscirono mai a sciogliere.
Intanto il tempo si mangiava tutto, e l’Ines tutt’a un tratto smise di andare in chiesa. La madre ne fece una tragedia da strapparsi i capelli, anche quello doveva patire nella vita, una figlia che non si confessa e la domenica va a zonzo come una vagabonda senza Dio. E dire che don Fermo l’aveva ben messa in guardia, quando, sotterrato il marito, si era finalmente decisa a raccontargli per filo e per segno com’era andata quella volta che avevano fatto le gemelle. Lui aveva fatto un mucchio di domande e poi si era raccomandato di mandargliela subito, nel primo pomeriggio, in sacrestia, prima che arrivassero i monelli dell’oratorio, e che ci avrebbe pensato lui a sistemare quell’anima in pericolo.
L’Ines non aveva chiesto niente, e si era avviata nel silenzio del dopopranzo, coperta da uno scialle che le nascondeva anche i capelli. E così aveva fatto nei giorni seguenti. Ma quando arrivò la messa della domenica, si tolse lo scialle e disse che sarebbe rimasta a casa. Anzi non sarebbe mai più entrata in chiesa. Non ci fu verso di cavarne altro. E a niente valsero le lacrime e le suppliche della madre. Le sorelle pensarono che se lei non voleva era inutile insistere, anzi furono perfino sollevate di risparmiarsi quella passerella con l’Ines per il paese, con gli sguardi della gente che più il tempo passava e più si faceva meraviglia e si dava di gomito. Neanche una parola le dissero, e la sera, prima di mettersi a dormire, l’Annina la più grande, fece finta di non vederli i graffi vivi sul collo e sul petto della sorella, e se ne guardò dal parlarne con alcuno.
C’era un’altra cosa che in casa non si sapevano spiegare, ed era la faccenda dei libri. A scuola c’erano andate tutte il minimo indispensabile per non fermarsi alla croce come i vecchi, ma era finita lì. La maestra una volta si era arrampicata fino a casa loro e, seduta alla tavola di cucina, aveva provato a dire che sì, l’Ines era intelligente e aveva passione per lo studio, ed era un peccato che smettesse così presto, e se ci fosse stato il modo... Poi, un po’ confusa per via che la madre se ne stava zitta e l’Ines, in piedi vicino al camino non tirava su gli occhi da terra, e anche per la miseria che si era trovata davanti, si era alzata e senza più insistere era andata alla porta. Sulla tavola però aveva lasciato un po’ di libri. Per te, aveva detto cercandole gli occhi sotto il velo dei capelli, prima di voltarsi e sparire in strada.
Così adesso c’erano anche i libri a riempirle la testa. Come se non fosse già abbastanza strana di suo. Li doveva aver letti e riletti chissà quante volte, da come erano consumati. La madre la guardava con sospetto, quasi spaurita, seguire attenta quelle file di segni misteriosi. Le sorelle grandi, prese dalla curiosità, avevano voluto sapere qualcosa di quello che c’era lì dentro, e allora una sera lei, nell’ultima luce del sole, aveva cominciato a leggere. Per essere belle erano belle le parole che le uscivano dalla bocca. Parlavano d’amore, e loro erano tutte in quell’età che si comincia a pensarci, e a guardarsi intorno. Basta sciocchezze, era intervenuta la madre turbata dalle guance accese delle figlie e dai pensieri nuovi che sentiva nell’aria, e tu metti via, aveva aggiunto rivolta all’Ines. Era già difficile tirar su cinque figlie da sola, e tenerle sulla terra, lontane dalle bugie dei libri. L’Ines aveva ubbidito senza protestare. Aveva smesso di andare a scuola, lavorava in casa e fuori, non parlava se non c’era bisogno. Ma aveva continuato a leggere e rileggere i suoi libri, tutte le volte che poteva.
In paese la gente si faceva un mucchio di domande. Intanto, con tutti quegli stracci che si buttava addosso e per via che non parlava mai di sé, non riuscivano a capire se l’Ines fosse ancora una bambina, e quando sarebbe diventata una donna. In ogni modo la consideravano brutta, vicino alle sorelle, senza i ricci folti della Franca, o il corpo rotondo e le gambe tornite dell’Annina, il sorriso pieno di promesse della Bruna e la scioltezza di spirito della Delia. Troppo magra, con quegli occhi che le mangiavano la faccia e quei capelli da zingara vecchia. Oltretutto senza una lira di dote, così era l’Ines, lo sapevano tutti. Come le sue sorelle, peraltro. Solo che loro almeno erano belle, e anzi qualcuno aveva cominciato presto ad approfittarsene. Anche di questo parlava la gente, sempre più spesso, intanto che lei diventava ragazza, e durante la festa del paese rimaneva appoggiata a un tronco o seduta in disparte, a guardare gli altri che passeggiavano sottobraccio o scambiavano parole allegre. Quelli che da bambini la rincorrevano nei prati, ora le lanciavano sguardi noncuranti, e le preferivano le altre, quelle normali. Il Fausto era ancora il più alto e il più bello, con tutte le ragazze che se lo mangiavano con gli occhi, gli passavano davanti con le labbra dipinte e facevano a gara per farsi invitare a ballare.
La madre chiudeva un occhio su quello che succedeva, e ringraziava dentro di sé quando una delle più grandi tornava a casa con un salame sotto il braccio, qualche uovo fresco, una bottiglia di vino e perché no, un bel vestito nuovo a fiori vivaci da fare invidia alle vicine. L’Ines era sicuro che le sarebbe rimasta lì per la vecchiaia, ed era già qualcosa, visto che altro non ci si poteva aspettare da lei.
Tutto invece cominciò a cambiare in fretta quel pomeriggio di giugno che si presentò alla porta senza chiedere permesso l’Elvira, la madre del Fausto. Aveva un pezzo di carta in mano e una storia da non credere sulla bocca. La sputò fuori tutta d’un fiato, con la rabbia che le macchiava le guance e la voce. Parlò solo lei, continuando a sventolare quel foglio sgualcito. E poi se ne andò, dopo averlo sbattuto con malagrazia sotto il naso di tutte loro.
Fuori faceva già scuro e le sorelle dell’Ines erano ancora lì intorno alla tavola della cucina con la madre, a masticare l’urlata dell’Elvira, incerte se ci fosse da crederci. Con le novità degli ultimi tempi, per giunta. Cose grosse.
Per prima cosa il Fausto si era fidanzato. Con tutti i crismi, il pranzo e la promessa. Per l’anello aveva rimediato con quello della madre, che tanto erano anni che non riusciva più ad infilarci il dito. Sulla faccenda come al solito c’erano molte voci perché il Fausto lui diceva poco, era più bravo a far chiacchierare gli altri. Della fidanzata, si sapeva solo che si chiamava Lia e stava in un paese giù a valle. I genitori erano mezzadri nelle campagne dei conti Farnè, a quattrini non se la passavano male e tenevano quella figlia come una reliquia, nessuno l’aveva mai vista a feste o in giro con quelli della sua età. Il Fausto però doveva pur aver trovato il modo per vederlo e farselo piacere perché in quattro e quattr’otto si era impuntata e l’aveva voluto a tutti i costi. I genitori all’inizio avevano storto un po’ il naso ma poi si erano convinti, e quando lui la portò in paese per farla conoscere all’Elvira si capì anche il perché. La ragazza non era più tanto ragazza e forse non era stata una gran fatica tenerla da reliquia, in ogni modo non doveva esserci stata la fila.
L’Elvira una volta tanto non cercò parole da dire. E’vero, la sposa non era come se la aspettava. E allora? Meglio che abbassassero la cresta, tutti e tre, e la ringraziassero invece, per quel figlio fatto a regola d’arte che gli metteva davanti. E che glielo trattassero con le mani della festa, che certe fortune passano una volta sola nella vita. Il Fausto si sistemava alla grande, questo contava, e avrebbe fatto star bene anche tutte loro, un buon matrimonio per le sorelle e una vecchiaia senza pensieri per lei. E che nessuno si azzardasse a mettersi in mezzo, con chiacchiere o altro.
***
Passavano le ore ma a casa dell’Ines nessuna aveva un pensiero per la cena, le sorelle e la madre. Avevano cominciato a farsi qualche domanda, lì mezze al buio, senza sapere bene da dove cominciare perché in tutta quella storia ancora non si raccapezzavano. A così pochi giorni dalle nozze del Fausto. Con tutto già pronto, il vestito, gli addobbi della chiesa, gli zuccherini per gli invitati. La famiglia di lei non si era fatta guardare dietro, chissà da quanto avevano da parte i soldi per quel giorno.
Senza contare il viaggio. Quella era la cosa più grossa di tutte. Appena maritati partivano tutti, il Fausto, sua moglie e tutta la famiglia di lei. C’erano stati dei guai grossi con le terre dei conti Farnè, per colpa della politica, ed era finita che molti mezzadri avevano perso tutto, casa e lavoro, roba da ridursi all’elemosina. Ma i fratelli di lei erano ammanicati fin dall’inizio con quelli del Fascio, qualcuno ci aveva messo la parola giusta e così gli avevano dato casa e podere nuovi di zecca giù in Bassitalia, dove prima c’era solo acqua ferma e malattie, e adesso invece dopo la bonifica dicevano che crescesse terra buona da coltivare, alberi mai visti prima e perfino città con strade e negozi. Il tempo di sistemarsi e il Fausto avrebbe fatto andar giù anche la madre e le sorelle, così l’avrebbero finita per sempre con quella vita senza cuore. L’Elvira da mesi non viveva che per questo, e solo così si era rassegnata a veder partire quel figlio, che piuttosto avrebbe preferito che le tagliassero la mano destra.
E adesso, cosa voleva dire quel foglio, nascosto nel cassetto del Fausto? L’Annina, la più grande, cominciava a capire come stavano le cose, ma non voleva essere lei la prima a parlare, tanta era la rabbia che aveva addosso. Già era dura da sopportare quella contadina vestita di nuovo che se lo portava via per due lire e un pezzo di terra, lasciandole tutte con un pugno di mosche. E dire che loro, pensava guardando di sbieco le sorelle, non si erano mai tirate indietro quando c’era da divertirsi un po’, e mica per soldi o altro, solo così, perché tutte ci avevano sperato un po’ di riuscire a mettere le mani sul Fausto. E invece, che storia si doveva sentire.
Tenetele stretta la sottana, che quella ha il demonio dentro, erano state le ultime urla dell’Elvira, prima di sbattersi dietro la porta. Proprio così le aveva lasciate, che fuori era sera fatta.
E quella gatta morta dell’Ines che ancora non tornava. Ma dov’è che si era cacciata?
La aspettarono tutta notte, quella notte vuota, senza neanche un lembo di luna nel cielo. A leggere e rileggere a memoria quelle righe scritte a mano, parole che avevano già sentito dalla voce della sorella un tramonto di tanto tempo prima, eppure se ne erano così riempite da non scordarsele più.
Ma cosa c’entrava il Fausto con i libri dell’Ines, e con le sue stramberie? Si conoscevano da sempre, come tutti in paese, ma lui ormai era un uomo fatto, e lei una bambinetta senza età. Per quanto, ragionava fra sé l’Annina, col tempo bisogna fare i conti tutti, e anche sua sorella era lì per finire i sedici anni.
Le altre non ce la facevano più a stare zitte, la Delia poi che ne aveva sempre per tutti era già passata alle parole grosse, che era impossibile che il Fausto si fosse perso con l’Ines, ed era tutta gelosia dell’Elvira, che se non fosse stato per l’odore dei soldi che le tappava il naso quel figlio se lo sarebbe tenuto con lei a casa, anche nel letto magari. La Franca buttava acqua sul fuoco, chissà cosa si era immaginata l’Elvira con quel biglietto, che se l’era fatto leggere da don Fermo e ci aveva costruito su un romanzo, non voleva dir niente, magari quella sciocchina dell’Ines si era fatta anche lei qualche idea sul Fausto, ma lui figurarsi, e lì la Franca si ricacciava in gola certi batticuori, il solletico dell’erba sulle gambe, le parole di lui e le cose che gli piacevano, meglio non pensarci più. La madre, con le dita aggrappate ai capelli, seguitava a dare la colpa ai libri e al non andare più in chiesa, e a quella figlia sbagliata ancora prima di venire al mondo, che era meglio se la seppellivano nella stessa cassa con l’altra. Già la gente non era mai stanca di sparlare dietro e la teneva lontana più che poteva, e se questa storia del biglietto nascosto fra le mutande del Fausto veniva fuori, c’era da morire di vergogna. Lui dopo maritato chi lo vedeva più, e quell’oca smorta dell’Ines lì a far ridere il paese, sulle sue spalle, rovinata per niente.
L’Annina si alzò all’improvviso, afferrò la lampada a petrolio e attraversò la cucina. Voglio dare un’occhiata qui dentro, disse spalancando con malagrazia la tenda che nascondeva il letto della sorella e le sue cose. Le altre girarono la testa incuriosite. La madre non fece neanche quello. Guardava fissa fuori dalla finestra, quel cielo cieco da far paura.
Le sorelle anni dopo preferivano saltare i ricordi di quella brutta notte senza sonno, di quanto frugarono e buttarono per aria e ne dissero e ne pensarono, per trovare una spiegazione. Si raccontavano volentieri invece di quando, più avanti, una dopo l’altra cominciarono a lavorare in città, a servizio nelle case dei signori, ci mangiavano e dormivano anche, e le domeniche pomeriggio a passeggio e a ballare, i nuovi filarini e la miseria un po’ più lontana. Erano stati anni belli, finiti in fretta, poi erano arrivati i mariti e i figli, la guerra, i sacrifici, insomma le cose della vita. Ed eccoci qui, concludevano tenendo ben nascosti dentro i pentimenti che le prendevano ogni tanto, le rabbie rimaste, i dubbi che non si erano mai levate. E anche la curiosità, che affetto vero non era mai stato, di sapere dell’Ines, la sorella più piccola e strana, e rivederla anche, un giorno o l’altro, dopo tutto quel tempo. Se era ancora al mondo.
La madre invece continuò sempre a pensarci, e anche più di prima, lei che non si mosse mai dal paese fino al giorno che la chiusero nella cassa, e furono le vicine a farlo, perché successe all’improvviso, una sera non si presentò al rosario e la trovarono bocconi dietro la stufa della cucina, si trattò solo di chiuderle gli occhi e sistemare per la veglia. Le figlie arrivarono appena poterono. L’Ines lei non c’era già più da tempo, e chissà se lo imparò e quando.
Il Fausto si maritò il giorno fissato, la domenica dell’Ascensione. C’era tutto il paese, anche le sorelle dell’Ines, obbligate ad andare per non far venire idee alla gente. Lei, dissero che era a letto con la febbre alta, per il gran caldo.
Ma l’Ines non era malata. A casa la rividero solo il giorno dopo, quando il Fausto era già sul treno per la Bassitalia con la sua nuova famiglia. E l’Elvira si era messa a letto, sfinita fino all’ultimo dal pensiero che lo sposalizio andasse per aria, e che la fidanzata non ne volesse più sapere, se solo imparava che il Fausto era tornato appena in tempo per infilarsi il vestito ed entrare in chiesa quella mattina, dopo due giorni e due notti che non si faceva vedere. In casa non sapevano più a che santo votarsi, in giro non potevano chiedere, neanche agli amici e meno che mai alla famiglia dell’Ines, guai se si fosse saputo, roba da fare annullare tutto, e addio fortuna e benessere.
Con la scusa del caldo, l’Ines non si rivide in paese per un bel po’, fino a quando almeno non le sparirono i segni di tutte le botte che prese da sua madre, perché raccontasse del biglietto, del Fausto, e dove si era nascosta, con chi, e per fare cosa, tre giorni e tre notti. La madre si spellò le mani, alle sorelle si seccò la gola a insistere per sapere. Lei non era abituata alle domande e rimase zitta, lasciandole tutte con i loro sospetti sporchi e non abbassò mai quegli occhi celesti che sembravano più lucidi e vivi quel giorno.
***
Ma la prima volta che mise piede fuori casa, tempo dopo, quando la vide con i capelli raccolti in ordine sulla nuca e un vecchio vestito dell’Annina con il pizzo intorno al collo, e non sembrava più la stessa anche nel camminare, la madre si tolse ogni dubbio e decise in fretta il da farsi. Poco dopo, con il capo coperto dallo scialle e in tasca quei pochi soldi che le mandavano le figlie dalla città, bussava alla porta della sacrestia, che quella era l’ora che la perpetua preparava il pranzo.
L’Ines accettò per marito Gusto il ciabattino, che aveva non si sa quanti anni più di lei e gli mancava una gamba fin dalla prima guerra, solo a condizione di sposarsi nel paese di lui, senza don Fermo a benedirli. Nella casa della madre rimasero anche dopo che arrivò la bimba. L’Ines quella mattina fece tutto senza l’aiuto di nessuno e chiamò sua figlia Alba, perché era nata insieme al sole, e del sole non doveva mai avere paura. Le insegnò anche a essere bella, a ridere con gli occhi, a non nascondersi. La gente, dopo la meraviglia iniziale per quel matrimonio così in fretta e furia e lontano dal paese, col tempo si abituò a vederla l’Ines, vestita come si deve, che rispondeva ai saluti senza abbassare la testa, faceva spesa al mercato, passeggiava per mano parlando fitto a quella figlia che aveva preso i suoi occhi celesti come laghi, mentre i capelli erano scuri e ricci sulla schiena. Gusto era solo al mondo e non gli sembrava vero di vedersi attorno una donna tutta per sé e una bambina che entrava correndo nella bottega, stava lì a guardarlo lavorare, e intanto gli raccontava un mucchio di cose. La suocera poi lo trattò sempre come un re, per ringraziarlo di averle tirate fuori senza tante storie dalla vergogna, ed essersi preso quella figlia senza giudizio.
Che alla gente si poteva anche darla a bere ma lei era sempre dell’idea che qualcosa di storto ci fosse nell’Ines. Se no, che bisogno aveva certe notti col buio fondo di uscire di nascosto, e rimanere fuori fino all’alba, senza che mai, fin da bambina, si fosse saputo dove andava a nascondersi. Quella vecchia storia, vera o falsa che fosse, grazie a Dio nessuno, anche se c’era quella bambina bella come una stella, poteva più tirarla fuori: si faceva coraggio la madre, ma una mano le strizzava il cuore, e non sapeva perché, mentre cambiava posizione nel letto con gli occhi spalancati, e le ore non passavano mai.
L’ultima notte quando la sentì uscire di casa, si alzò dal letto, andò alla finestra e guardò fuori. L’Ines correva sicura come da bambina nel buio. La seguì con lo sguardo finchè ci riuscì, ma la vista da vecchia le faceva brutti scherzi. Che strano, le sembrava addirittura che l’Ines non fosse sola giù in strada, che ci fosse qualcuno che correva con lei, ma non era sicura. Volle correrle dietro e chiamarla per capire finalmente. Cercò almeno di aprire la finestra e invece dovette tornarsene a letto, gli occhi le si chiudevano per forza e le gambe non la tenevano su.
Poi fu di nuovo giovane e con gli occhi buoni. C’era l’Ines che correva svelta fuori dal paese, avvolta dai suoi vecchi stracci e con i capelli sparsi nel buio. Allungò il passo dietro di lei, sempre più in fretta, e quando finalmente riuscì ad arrivarle alle spalle e la poteva quasi toccare, solo allora si accorse dell’altra, che era con lei, nel ritaglio improvviso della luna. Correvano fianco a fianco, le due Ines, tenendosi strette per mano, così vicine che a tratti sembravano una sola. Ma dell’altra non le riuscì di vedere la faccia, il colore dei capelli e gli occhi, perché tutt’a un tratto la luna si era girata nel cielo e lei era tornata vecchia e pesante sulle gambe.
Non aveva più fiato e dovette fermarsi in mezzo alla strada, ma continuò a seguirle con gli occhi tutte e due, sempre più lontane e insieme. Era la prima volta che poteva farlo e anche l’ultima, e dire che tutta la vita l’aveva portata nel cuore quell’altra Ines che non aveva mai visto, e per quel regalo doveva dire grazie alla luna nascosta nel ventre di quella notte.
Si svegliò tardi per il silenzio quella mattina, e con in testa quel sogno che non la lasciò più. Non trovò l’Ines nel letto, né sua figlia. Gusto sembrava che dormisse, col respiro di un bambino, sotto il lenzuolo fermo.
Ci fu chi disse che l’Ines e la bambina se ne erano andate a piedi e sole dal paese, quella notte. Qualcuno raccontò invece che c’era il Fausto che le aspettava alla Casa Buia e che le aveva portate via tutte e due su una gran macchina lucida. E altri aggiunsero che si erano sempre incontrati lì, lui e l’Ines fin da ragazzi, alla Casa Buia, dove nessuno si azzardava nemmeno ad avvicinarsi, per le brutte storie di streghe e spiriti che si nascondevano sotto quelle pietre. Molti si domandarono come avesse fatto l’Ines a tenersi stretta il Fausto per tutto quel tempo, e cosa lo avesse fatto tornare da lei, gran signore come era diventato. Poi le voci del paese non le fermò più nessuno, chi non si spiegava il fatto che a Gusto gli fosse venuto un colpo nel sonno proprio quella notte, chi tirava fuori tutte le stranezze dell’Ines fin da quando era nata, che non andava in chiesa, e forse non c’era mai stato neanche il matrimonio, e che cosa nascondeva sotto tutti quegli stracci che si metteva, un corpo da vergognarsi, le magie dei libri, o quella figlia troppo bella che nessuno aveva visto nascere, o il fuoco del demonio, come aveva detto tanto tempo prima l’Elvira e come ripetè con sicurezza don Fermo. Qualcuno giurò di sapere che l’Ines sotto le vesti teneva qualcosa di segreto, bellissimo, e vivo, che tirava fuori solo per fare ammattire il Fausto, là alla Casa Buia, nelle notti senza luna. E che era per quello, solo per quello che lui non aveva resistito lontano da lei ed era tornato a prenderla per sempre.
Comunque fossero andate le cose, le sorelle ormai vecchie a quel punto dovevano smettere di raccontare, perché dopo quella notte dell’Ines, della bambina e del Fausto non si seppe mai più niente. La gente continuò lo stesso a parlare di loro, e a dire la sua, nelle sere a veglia, fuori dalla chiesa o ai tavoli dell’osteria, ma alla fine rimasero solo chiacchiere di vecchi, e fantasie e sogni vissuti dagli altri, come spesso finiscono per essere i ricordi.
INDICE
PREFAZIONE
INTRODUZIONE
ORRORE E SPLENDORE
- Non figlio di uomo, ma degli angeli: Noè
Libro di Enoch; Apocalisse 1-14
- Bianca alba mia
Madrigali, Torquato Tasso
- Bionda testa forestiera
L'isola di Arturo, Elsa Morante
- Orrore del bianco
Moby Dick, H. Melville
- Occhi gelidi
Il bordo vertiginoso delle cose, G. Carofiglio
LA DIVERSITA' RACCONTATA IN MODO REALISTICO
- Una disgrazia per mia madre
La vita accanto, Mariapia Veladiano
- Una luminescenza impressionante
Nettare in un setaccio, Kamala Markandaya
- Una come me
Come pietre nel fiume, Ursula Hegi
- Storia minima
La lampada di Aladino, Luis Sèpulveda
- Sul pregiudizio
Vita dei campi-Rosso Malpelo, Giovanni Verga
- L'isola dei senza colore
L'isola dei senza colore, Oliver Sacks
- Luna
Chi manda le onde, Fabio Genovesi
- August
Wonder, R.J. Palacio
LA DIVERSITA' COME CHIAVE DI LETTURA
- L’odore dell’umano
Il profumo, Patrick Suskind
- L’uomo invisibile
L'uomo invisibile, H. G. Wells
- L’unico specchio della casa
Il paese d'ottobre, Ray Bradbury
- Un pipistrello saggio
Il fantastico volo di ali d'argento, Kemeth Oppel
- La pagina bianca
Ultimi racconti, Karen Blixen
- Bianco, puro, bellissimo
Il codice da Vinci, Dan Brown
- “… dentro restavo pallido…”
Una storia di amore e di tenenbre, Amos Oz
- Il bianco di Kandinskij
Lo spirituale nell'arte, V.V. Kandinskij
- Il brutto anatroccolo
Il brutto anatroccolo, Hans Christian Andersen
- Me pallido
Luglio, Valerio Magrelli
AZZURRINA: UNA LEGGENDA ITALIANA
- Azzurrina Malatesta
- Azzurrina: una fiaba
Azzurrina, Angela Nanetti
- Azzurrina e la visitatrice
Non restate in silenzio, Adriana Lorenzi
PER INFORMAZIONE
- Far crescere un bambino con albinismo. Una guida per i primi anni
Raising a child with albinism. A gude to the early years, NOAH
- Siamo solo noi
Siamo solo noi, Margherita De Bac
- Tutto sul bianco
I colori del nostro tempo, Michel Pastoureau
- Bianco su nero
Le civette e altre creature della notte, Desmond Morris
NUOVI RACCONTI
- L'intervista, Nora Gatti
- Alba viola, Cinzia Cimatti
- In un villaggio d'Africa, Rosa Pellegrino
- L'albino e il tumuto, Adrian Bravi
- Racconto senza chiaro luna, Serena Tubertini
PREFAZIONE
INTRODUZIONE
ORRORE E SPLENDORE
• Non figlio di uomo, ma degli angeli: Noè
Libro di Enoch; Apocalisse 1-14
• Bianca alba mia
Madrigali, Torquato Tasso
• Bionda testa forestiera
L'isola di Arturo, Elsa Morante
• Orrore del bianco
Moby Dick, H. Melville
LA DIVERSITA' RACCONTATA IN MODO REALISTICO
• Una disgrazia per mia madre
La vita accanto, Mariapia Veladiano
• Una luminescenza impressionante
Nettare in un setaccio, Kamala Markandaya
• Una come me
Come pietre nel fiume, Ursula Hegi
• Storia minima
La lampada di Aladino, Luis Sèpulveda
• Sul pregiudizio
Vita dei campi-Rosso Malpelo, Giovanni Verga
• L'isola dei senza colore
L'isola dei senza colore, Oliver Sacks
• Luna
Chi manda le onde, Fabio Genovesi
• August
Wonder, R.J. Palacio
LA DIVERSITA' COME CHIAVE DI LETTURA
• L’odore dell’umano
Il profumo, Patrick Suskind
• L’uomo invisibile
L'uomo invisibile, H. G. Wells
• L’unico specchio della casa
Il paese d'ottobre, Ray Bradbury
• Un pipistrello saggio
Il fantastico volo di ali d'argento, Kemeth Oppel
• La pagina bianca
Ultimi racconti, Karen Blixen
• Bianco, puro, bellissimo
Il codice da Vinci, Dan Brown
• “… dentro restavo pallido…”
Una storia di amore e di tenenbre, Amos Oz
• Il bianco di Kandinskij
Lo spirituale nell'arte, V.V. Kandinskij
• Il pulcino più amato dalle italiane: Calimero
Paola Elia Cimatti
• Il brutto anatroccolo
Il brutto anatroccolo, Hans Christian Andersen
• Me pallido
Luglio, Valerio Magrelli
AZZURRINA: UNA LEGGENDA ITALIANA
• Azzurrina Malatesta
• Azzurrina: una fiaba
Azzurrina, Angela Nanetti
• Azzurrina e la visitatrice
Non restate in silenzio, Adriana Lorenzi
PER INFORMAZIONE
• Far crescere un bambino con albinismo. Una guida per i primi anni
Raising a child with albinism. A gude to the early years, NOAH
• Siamo solo noi
Siamo solo noi, Margherita De Bac
• Tutto sul bianco
I colori del nostro tempo, Michel Pastoureau
• Bianco su nero
Le civette e altre creature della notte, Desmond Morris
NUOVI RACCONTI
• L'intervista, Nora Gatti
• Alba viola, Cinzia Cimatti
• Vado via per sempre, Paola Elia Cimatti
• In un villaggio d'Africa, Rosa Pellegrino
• L'albino e il tumuto, Adrian Bravi
• Bianchi della memoria. Ricordare e raccontare, Paola Elia Cimatti
• Racconto senza chiaro luna, Serena Tubertini
I dieci racconti che compongono la raccolta Lo sguardo di Bianca, rimasti a lungo chiusi nel cassetto dell’autrice, sono incentrati sulla figura di una donna che si distacca dal suo ambiente di origine per andare incontro a una vita più libera e tutta da inventare in un periodo storico, quello del Sessantotto, segnato da profondi cambiamenti.
Il percorso della protagonista è complicato da una condizione genetica particolare, che rende i suoi capelli trasparenti e la vista debole, tanto da non riuscire a riconoscere le persone che l’avvicinano. Di vitale importanza è dunque per lei mettere a fuoco il tema della diversità, come e quanto l’aspetto può determinare il destino della persona in una comunità, e riflettere sulla trasformazione degli stereotipi sociali con cui le donne sono tenute a confrontarsi. L’avvincente ritmo narrativo rivela la profondità di analisi di un io sospeso alla ricerca dell’affermazione della propria identità, resiliente e impegnata, spiccatamente femminile e poetica.
La prima consisteva nel pensiero che una comunità di nuova formazione ha bisogno di un patrimonio comune di storie, immagini, personaggi cui fare riferimento. Questo aiuta a identificarsi, trovare antenati e familiari immaginari, dissolve la sensazione di essere un caso unico (monstrum), oppure di non esistere, dato che nessuno ne ha mai parlato. Così, mi misi a raccogliere i “personaggi albini” in letteratura, scoprendo che sono molti di più, e molto più interessanti, di quanto immaginavo, e non solo personaggi secondari, di contorno, ma veri e propri protagonisti. Aggiunsi anche storie di “diversità”, di persone che erano state pesantemente condizionate nella loro vita da pregiudizi sul loro aspetto fisico. Il materiale che raccolsi allora, e quello che trovai in seguito grazie alla collaborazione di amici di buone letture, è tuttora visibile su questo sito.
La seconda idea era proiettata sul futuro: non solo raccogliere quello che era stato detto (anche se nessuno lo aveva mai visto in quella prospettiva), ma anche aggiungere, andare avanti, dire cose nuove. Così lanciai la sezione “Nuovi racconti”, cui tutti gli aderenti all’associazione – ma anche altri – erano invitati a dare il loro contributo, scrivendo le loro esperienze, in modi e forme scelti da loro. Alcuni di questi racconti si possono ancora leggere sul sito.
Naturalmente, cominciai io, e scrissi alcuni racconti che oggi, con cambiamenti e rielaborazioni, fanno parte della raccolta “Lo sguardo di Bianca” (“Vado via per sempre”, “Il pulcino nero” etc…).
Questi racconti, nonostante l’apprezzamento che mi giunse da diverse parti, non avevo mai pensato di pubblicarli: mi sentivo fortemente in imbarazzo nel raccontare “i fatti miei”, anche perché l’atteggiamento abituale che tengo nei confronti della mia patologia è quello di minimizzare, fare finta di niente, non far pesare, spacciarmi per una persona che non ha niente di diverso, al punto di non chiedere aiuto neppure quando ne avrei bisogno. Perché dunque raccontare a estranei, con il rischio di alimentare distanze, commiserazione, fastidio? Avevo notato che, se a volte mi mettevo a riferire esperienze sul tema, l’interesse dei miei interlocutori si spegneva rapidamente, le mani diventavano irrequiete, gli sguardi si rivolgevano altrove, qualcuno cambiava discorso, avevo l’impressione di finestre che venissero chiuse. Evidentemente si trattava di situazioni che alla maggior parte delle persone non capitano, per di più segnate da accenti dolorosi, che nemmeno l’ironia e l’umorismo del racconto riusciva a rendere accettabili.
C’era però un altro aspetto che mi inquietava e mi impediva di chiudere definitivamente i racconti in un cassetto: dentro al cassetto continuavano ad agitarsi e a scalpitare.
Era quello che chiamo l’“aspetto testimonianza”.
Sia con l’antologia che con i racconti avevo seguito il principio che confrontarsi con i propri non-detti e punti oscuri potesse essere utile ai potenziali lettori. Sono convinta del valore terapeutico di scrivere e leggere. Mi trovavo allora a un certo livello di presa di coscienza e di elaborazione e volevo mettere i risultati della mia ricerca a disposizione di chi volesse usarli come lente di ingrandimento o lampada da minatore. Volevo aggiungere la consapevolezza della mia condizione al patrimonio dell’Umanità. Sono convinta che ognuno/a debba sviluppare le tematiche esistenziali di cui si trova investito/a. Ma questo può essere difficile, può capitare di non trovare il modo per poterlo fare. Così il cassetto rimase chiuso e la ruggine cominciò a fiorire sulle sue cerniere.
Fino al giorno in cui lessi il bando di concorso del premio intitolato a Clara Sereni, che era stata per lungo tempo la mia scrittrice preferita, per vari motivi, ma anche per il modo in cui scrive di situazioni gravi e anomale con leggerezza, ironia, umorismo (nei suoi racconti c’è il “manicomio”, ma c’è anche la “primavera”!). Lessi che sarebbero stati particolarmente graditi i racconti di esperienze femminili di impegno, inclusione e resilienza. Allora sentii suonare un campanello e le cerniere del mio cassetto scricchiolarono di impazienza. Approfittando del vuoto che mi si era aperto intorno grazie (sì, dico grazie!) alla clausura di marzo, mi misi a rileggere, correggere, ritoccare, riscrivere, contare lettere e spazi per rendere la mia opera adatta a partecipare al concorso.
Ho conosciuto Paola nel 2008. Avevo da qualche anno aperto un portale sull’albinismo trattato in termini divulgativi e scientifici. Allora c’era molto poco in rete, poche scarne informazioni che potessero essere di aiuto a persone direttamente o indirettamente interessate ad una condizione così rara (1 su 17000), non prepotentemente invalidante, ma pur complicata nella sua complessità fenotipica (ipomelanosi e ipovisione), talvolta non evidente ma presente e “mascherata/nascosta” per vergona, orgoglio, altro, “vissuta dentro” insomma, in solitudine.
Mi ritrovai letteralmente sommersa da email di richieste informazioni, alle quali facevano seguito, man mano che veniva a costruirsi una atmosfera epistolare, confidenze, stati d’animo mai espressi … desiderio di riconoscersi nell’altro, in un altro simile mai incontrato… per non sentirsi solo, unico nella propria diversità, reale, vissuta e percepita.
Mi sentivo disarmata! Non riuscivo a capacitarmene… stupore e perplessità circa l’assenza di risposte nel mondo reale, nei luoghi appropriati.
Decisi, allora, di indagare, di più, a 360 gradi… per quanto mi fosse possibile, promuovendo un’indagine statistica.
Fu così che un giorno mi ritrovai a leggere un questionario compilato in modo sorprendentemente singolare e decisamente autoironico…. forniva dati, ma raccontava anche… coglieva gli aspetti incompresi di questa diversità, che ha nel suo insieme una diversità più o meno visibile (la bianchezza) e una diversità più o meno invisibile (l’ipovisione), più o meno perché la sua variabilità fenotipica va dal “tutto al poco”.
In quel questionario, venivano toccati, con le parole di chi sa scrivere e descrivere, le emozioni e le sensazioni che nascono dal confronto quotidiano con la famiglia, con sé stessi, con gli altri:
La persona intervistata diceva:
<<Non ereditare il colore dei capelli e degli occhi da un membro riconoscibile della famiglia, non essere in grado di imparare con l’imitazione i comportamenti approvati… essere “di un’altra razza” e in più con la goffaggine e lo scoordinamento di un ipovedente o quasi cieco… sono cose che inducono un forte rifiuto, consapevole o no>>.
<<Sento la mancanza dei volti che non posso riconoscere, del linguaggio degli occhi che non posso condividere, l’alfabeto delle espressioni che non so leggere>>.
<<Ne parlo con gli amici solo per accenni, ma non diffusamente. Non è un argomento che si può condividere: una mescolanza di difficoltà visive (riconoscimento, saluto, identificazione dei presenti, etc.…) e di percezione di estraneità che gli altri hanno e che ti rimandano, anche se non lo ammettono e attribuiscono a fisime nevrotiche il doppio disagio che la persona albina prova. La possibilità di condividere le esperienze con gli altri, o almeno di essere compresi nella propria diversa esperienza, viene seriamente compromessa… Si forma un circolo vizioso, in cui viene mantenuto uno stato di allarme, che è inevitabile, ma non aiuta. L’isolamento sembra un esito difficilmente evitabile, anche se la solitudine può essere positiva>>.
<<La percezione della vita come fatica e tragedia è preponderante>>.
E finiva così…
<<È un tema molto complesso e difficile da articolare. Bisognerebbe tentare di parlarne in modo narrativo, per piccoli episodi quotidiani.
Penso che potrebbe essere importante, soprattutto per i giovani, raccontarsi le proprie esperienze, in modo da condividere (…quante volte ho già usato questa parola?) almeno i racconti…>>
Era il questionario di Paola!
A Paola era già chiaro quale strumento potesse, attraverso internet, raggiungere persone così rare nella loro diversità da rischiare di non incontrarsi mai, uno strumento che fornisse la possibilità di elaborare le proprie quotidiane fatiche emotive, attraverso il vedersi e il riconoscersi nell’esperienza l’uno dell’altro, uno strumento che fosse cura di sé, anche a distanza.
La LETTURA e la SCRITTURA come TERAPIA e come EDUCAZIONE alla diversità, che curasse il sé, che insegnasse a curare l’altro, che insegnasse l’empatia verso il diverso attraverso immagini, personaggi albini e, in generale, persone che erano state pesantemente condizionate nella loro vita da pregiudizi e stereotipi sulla loro apparenza, sulla loro diversità.
Nacque così PERLE RARE, antologia sull’esperienza della diversità, una raccolta di classici dell’albinismo e di altre condizioni rare.
Il racconto VADO VIA PER SEMPRE aprì la sezione di RACCONTI INEDITI, per stimolare gli aderenti all’associazione ALBINIT, che nel frattempo si era costituita, e i lettori virtuali a dare il loro contributo… a raccontarsi per vivere meglio.
Non è facile trovare le parole, le parole che facciano sentire ciò che si sente dentro…
Paola le ha trovate…il cassetto finalmente si è aperto …
Lo sguardo di Bianca è un’esperienza sulla diversità, ma è anche altro….
Un libro ironico, consapevole e ben scritto, capace di strappare sorrisi e di emozionare profondamente.
Letto d’un fiato mi ha fatto pensare, e vivere quasi in prima persona le difficoltà create dall’ipovisione. Adesso, spero sia più naturale per me avvicinarmi, limitando incomprensioni e imbarazzi, per non perdere, come dice l’autrice, una occasione irripetibile.
Mi ha colpito il ricordo vivido, ricco di dettagli sensoriali ed emotivi, come solo la mente aperta di un bambino sa cogliere, ma che da adulti si perde.
Ogni episodio contiene potenti emozioni di grande condivisione:
- la tenerezza in “Vado via per sempre”;
- la “sorprendente nostalgia” del saluto della madre in “Capelli trasparenti”;
- la divertente odissea dei nomi in “Scrivere il proprio nome”;
- la lezione di vita dell’Ottavia in “La padella dell’Ottavia”;
- il gioco di Calimero e del Brutto anatroccolo in “il Pulcino Nero”;
- la rude durezza della vita agreste in “L’odore del sangue”;
- i cambi di prospettiva della vita nelle diverse case e la dichiarazione d’amore a Bologna in “Punti di vista”;
- le esperienze vissute e non in “Grazias a la vida” e il ballo rifiutato in “Pixel”
Nonostante l’ipovisione, l’autrice offre un libro pieno di colore. Riaccende la memoria, permettendo di accedere a ricordi per chi ha vissuto in epoche simili, risvegliando suoni, voci, odori, gioie e paure sepolte dalla coltre del tempo, un po’ come “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi.

I dieci racconti che compongono la raccolta Lo sguardo di Bianca, rimasti a lungo chiusi nel cassetto dell’autrice, sono incentrati sulla figura di una donna che si distacca dal suo ambiente di origine per andare incontro a una vita più libera e tutta da inventare in un periodo storico, quello del Sessantotto, segnato da profondi cambiamenti.
Il percorso della protagonista è complicato da una condizione genetica particolare, che rende i suoi capelli trasparenti e la vista debole, tanto da non riuscire a riconoscere le persone che l’avvicinano. Di vitale importanza è dunque per lei mettere a fuoco il tema della diversità, come e quanto l’aspetto può determinare il destino della persona in una comunità, e riflettere sulla trasformazione degli stereotipi sociali con cui le donne sono tenute a confrontarsi. L’avvincente ritmo narrativo rivela la profondità di analisi di un io sospeso alla ricerca dell’affermazione della propria identità, resiliente e impegnata, spiccatamente femminile e poetica.
La prima consisteva nel pensiero che una comunità di nuova formazione ha bisogno di un patrimonio comune di storie, immagini, personaggi cui fare riferimento. Questo aiuta a identificarsi, trovare antenati e familiari immaginari, dissolve la sensazione di essere un caso unico (monstrum), oppure di non esistere, dato che nessuno ne ha mai parlato. Così, mi misi a raccogliere i “personaggi albini” in letteratura, scoprendo che sono molti di più, e molto più interessanti, di quanto immaginavo, e non solo personaggi secondari, di contorno, ma veri e propri protagonisti. Aggiunsi anche storie di “diversità”, di persone che erano state pesantemente condizionate nella loro vita da pregiudizi sul loro aspetto fisico. Il materiale che raccolsi allora, e quello che trovai in seguito grazie alla collaborazione di amici di buone letture, è tuttora visibile su questo sito.
La seconda idea era proiettata sul futuro: non solo raccogliere quello che era stato detto (anche se nessuno lo aveva mai visto in quella prospettiva), ma anche aggiungere, andare avanti, dire cose nuove. Così lanciai la sezione “Nuovi racconti”, cui tutti gli aderenti all’associazione – ma anche altri – erano invitati a dare il loro contributo, scrivendo le loro esperienze, in modi e forme scelti da loro. Alcuni di questi racconti si possono ancora leggere sul sito.
Naturalmente, cominciai io, e scrissi alcuni racconti che oggi, con cambiamenti e rielaborazioni, fanno parte della raccolta “Lo sguardo di Bianca” (“Vado via per sempre”, “Il pulcino nero” etc…).
Questi racconti, nonostante l’apprezzamento che mi giunse da diverse parti, non avevo mai pensato di pubblicarli: mi sentivo fortemente in imbarazzo nel raccontare “i fatti miei”, anche perché l’atteggiamento abituale che tengo nei confronti della mia patologia è quello di minimizzare, fare finta di niente, non far pesare, spacciarmi per una persona che non ha niente di diverso, al punto di non chiedere aiuto neppure quando ne avrei bisogno. Perché dunque raccontare a estranei, con il rischio di alimentare distanze, commiserazione, fastidio? Avevo notato che, se a volte mi mettevo a riferire esperienze sul tema, l’interesse dei miei interlocutori si spegneva rapidamente, le mani diventavano irrequiete, gli sguardi si rivolgevano altrove, qualcuno cambiava discorso, avevo l’impressione di finestre che venissero chiuse. Evidentemente si trattava di situazioni che alla maggior parte delle persone non capitano, per di più segnate da accenti dolorosi, che nemmeno l’ironia e l’umorismo del racconto riusciva a rendere accettabili.
C’era però un altro aspetto che mi inquietava e mi impediva di chiudere definitivamente i racconti in un cassetto: dentro al cassetto continuavano ad agitarsi e a scalpitare.
Era quello che chiamo l’“aspetto testimonianza”.
Sia con l’antologia che con i racconti avevo seguito il principio che confrontarsi con i propri non-detti e punti oscuri potesse essere utile ai potenziali lettori. Sono convinta del valore terapeutico di scrivere e leggere. Mi trovavo allora a un certo livello di presa di coscienza e di elaborazione e volevo mettere i risultati della mia ricerca a disposizione di chi volesse usarli come lente di ingrandimento o lampada da minatore. Volevo aggiungere la consapevolezza della mia condizione al patrimonio dell’Umanità. Sono convinta che ognuno/a debba sviluppare le tematiche esistenziali di cui si trova investito/a. Ma questo può essere difficile, può capitare di non trovare il modo per poterlo fare. Così il cassetto rimase chiuso e la ruggine cominciò a fiorire sulle sue cerniere.
Fino al giorno in cui lessi il bando di concorso del premio intitolato a Clara Sereni, che era stata per lungo tempo la mia scrittrice preferita, per vari motivi, ma anche per il modo in cui scrive di situazioni gravi e anomale con leggerezza, ironia, umorismo (nei suoi racconti c’è il “manicomio”, ma c’è anche la “primavera”!). Lessi che sarebbero stati particolarmente graditi i racconti di esperienze femminili di impegno, inclusione e resilienza. Allora sentii suonare un campanello e le cerniere del mio cassetto scricchiolarono di impazienza. Approfittando del vuoto che mi si era aperto intorno grazie (sì, dico grazie!) alla clausura di marzo, mi misi a rileggere, correggere, ritoccare, riscrivere, contare lettere e spazi per rendere la mia opera adatta a partecipare al concorso.
Ho conosciuto Paola nel 2008. Avevo da qualche anno aperto un portale sull’albinismo trattato in termini divulgativi e scientifici. Allora c’era molto poco in rete, poche scarne informazioni che potessero essere di aiuto a persone direttamente o indirettamente interessate ad una condizione così rara (1 su 17000), non prepotentemente invalidante, ma pur complicata nella sua complessità fenotipica (ipomelanosi e ipovisione), talvolta non evidente ma presente e “mascherata/nascosta” per vergona, orgoglio, altro, “vissuta dentro” insomma, in solitudine.
Mi ritrovai letteralmente sommersa da email di richieste informazioni, alle quali facevano seguito, man mano che veniva a costruirsi una atmosfera epistolare, confidenze, stati d’animo mai espressi … desiderio di riconoscersi nell’altro, in un altro simile mai incontrato… per non sentirsi solo, unico nella propria diversità, reale, vissuta e percepita.
Mi sentivo disarmata! Non riuscivo a capacitarmene… stupore e perplessità circa l’assenza di risposte nel mondo reale, nei luoghi appropriati.
Decisi, allora, di indagare, di più, a 360 gradi… per quanto mi fosse possibile, promuovendo un’indagine statistica.
Fu così che un giorno mi ritrovai a leggere un questionario compilato in modo sorprendentemente singolare e decisamente autoironico…. forniva dati, ma raccontava anche… coglieva gli aspetti incompresi di questa diversità, che ha nel suo insieme una diversità più o meno visibile (la bianchezza) e una diversità più o meno invisibile (l’ipovisione), più o meno perché la sua variabilità fenotipica va dal “tutto al poco”.
In quel questionario, venivano toccati, con le parole di chi sa scrivere e descrivere, le emozioni e le sensazioni che nascono dal confronto quotidiano con la famiglia, con sé stessi, con gli altri:
La persona intervistata diceva:
<<Non ereditare il colore dei capelli e degli occhi da un membro riconoscibile della famiglia, non essere in grado di imparare con l’imitazione i comportamenti approvati… essere “di un’altra razza” e in più con la goffaggine e lo scoordinamento di un ipovedente o quasi cieco… sono cose che inducono un forte rifiuto, consapevole o no>>.
<<Sento la mancanza dei volti che non posso riconoscere, del linguaggio degli occhi che non posso condividere, l’alfabeto delle espressioni che non so leggere>>.
<<Ne parlo con gli amici solo per accenni, ma non diffusamente. Non è un argomento che si può condividere: una mescolanza di difficoltà visive (riconoscimento, saluto, identificazione dei presenti, etc.…) e di percezione di estraneità che gli altri hanno e che ti rimandano, anche se non lo ammettono e attribuiscono a fisime nevrotiche il doppio disagio che la persona albina prova. La possibilità di condividere le esperienze con gli altri, o almeno di essere compresi nella propria diversa esperienza, viene seriamente compromessa… Si forma un circolo vizioso, in cui viene mantenuto uno stato di allarme, che è inevitabile, ma non aiuta. L’isolamento sembra un esito difficilmente evitabile, anche se la solitudine può essere positiva>>.
<<La percezione della vita come fatica e tragedia è preponderante>>.
E finiva così…
<<È un tema molto complesso e difficile da articolare. Bisognerebbe tentare di parlarne in modo narrativo, per piccoli episodi quotidiani.
Penso che potrebbe essere importante, soprattutto per i giovani, raccontarsi le proprie esperienze, in modo da condividere (…quante volte ho già usato questa parola?) almeno i racconti…>>
Era il questionario di Paola!
A Paola era già chiaro quale strumento potesse, attraverso internet, raggiungere persone così rare nella loro diversità da rischiare di non incontrarsi mai, uno strumento che fornisse la possibilità di elaborare le proprie quotidiane fatiche emotive, attraverso il vedersi e il riconoscersi nell’esperienza l’uno dell’altro, uno strumento che fosse cura di sé, anche a distanza.
La LETTURA e la SCRITTURA come TERAPIA e come EDUCAZIONE alla diversità, che curasse il sé, che insegnasse a curare l’altro, che insegnasse l’empatia verso il diverso attraverso immagini, personaggi albini e, in generale, persone che erano state pesantemente condizionate nella loro vita da pregiudizi e stereotipi sulla loro apparenza, sulla loro diversità.
Nacque così PERLE RARE, antologia sull’esperienza della diversità, una raccolta di classici dell’albinismo e di altre condizioni rare.
Il racconto VADO VIA PER SEMPRE aprì la sezione di RACCONTI INEDITI, per stimolare gli aderenti all’associazione ALBINIT, che nel frattempo si era costituita, e i lettori virtuali a dare il loro contributo… a raccontarsi per vivere meglio.
Non è facile trovare le parole, le parole che facciano sentire ciò che si sente dentro…
Paola le ha trovate…il cassetto finalmente si è aperto …
Lo sguardo di Bianca è un’esperienza sulla diversità, ma è anche altro….
Un libro ironico, consapevole e ben scritto, capace di strappare sorrisi e di emozionare profondamente.
Letto d’un fiato mi ha fatto pensare, e vivere quasi in prima persona le difficoltà create dall’ipovisione. Adesso, spero sia più naturale per me avvicinarmi, limitando incomprensioni e imbarazzi, per non perdere, come dice l’autrice, una occasione irripetibile.
Mi ha colpito il ricordo vivido, ricco di dettagli sensoriali ed emotivi, come solo la mente aperta di un bambino sa cogliere, ma che da adulti si perde.
Ogni episodio contiene potenti emozioni di grande condivisione:
- la tenerezza in “Vado via per sempre”;
- la “sorprendente nostalgia” del saluto della madre in “Capelli trasparenti”;
- la divertente odissea dei nomi in “Scrivere il proprio nome”;
- la lezione di vita dell’Ottavia in “La padella dell’Ottavia”;
- il gioco di Calimero e del Brutto anatroccolo in “il Pulcino Nero”;
- la rude durezza della vita agreste in “L’odore del sangue”;
- i cambi di prospettiva della vita nelle diverse case e la dichiarazione d’amore a Bologna in “Punti di vista”;
- le esperienze vissute e non in “Grazias a la vida” e il ballo rifiutato in “Pixel”
Nonostante l’ipovisione, l’autrice offre un libro pieno di colore. Riaccende la memoria, permettendo di accedere a ricordi per chi ha vissuto in epoche simili, risvegliando suoni, voci, odori, gioie e paure sepolte dalla coltre del tempo, un po’ come “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi.
DIVERSITA' e BULLISMO

Luna e Zot
Da leggere insieme, grandi e piccoli
"Non giudicare una persona dalla faccia"
"Ciò che è bello è buono, ciò che è buono presto sarà bello"

August

"Sento sulle spalle il peso degli sguardi
impauriti e schifati
per il colore della mia pelle"
Il ragazzo che l'ha detta si è tolto la vita, era di origine etiope (scuro, come i nordafricani, non nero), adottato da una famiglia italiana, aveva doti, come calciatore e ballerino, ma non gli sono bastate a fargli superare il senso di "non essere dei nostri" che gli hanno fatto pesare.
Anche noi (persone albine), d'altra parte, veniamo considerate "non dei nostri", cioè straniere ("...ma tu non sei italiana...di dove sei? Do you speak English? Sprechen Sie Duetch? Uffa, che due scatole!!!)
E nessuno capiva come mai mi arrabbiassi e a volte allungassi qualche manrovescio ai più insistenti: allora il "catcalling" (oggi si chiama così) era considerato una forma di corteggiamento, di cui le ragazze "dovevano" essere contente.
Una cosa buffa è che sono stata "degradata" nella mia nazionalità, che è rimasta straniera, ma è passata da nazioni ricche e vincenti (Inghilterra, Germania, Svezia), esportatrici di turiste e di studentesse, a nazioni più povere (paesi dell'Est), da cui provenivano badanti e donne di servizio.
Paola Èlia
Filastrocca
Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole
Pelle Gialla come il limone
tanti colori come i fiori.
Di nessuno puoi farne a meno
per disegnare l’arcobaleno.
Chi un sol colore amerà
un cuore grigio sempre avrà.
La pelle di Giovanni Rodari
LUGLIO
Invece luglio taglia luce lama
che abbaglia e incide me pallido
candidato all’esclusione, bruciato
dall’invidia, per chi si abbronza
incolume, mentre io ustionato
decorato di piaghe ho la pelle
che cade da lebbroso, lebbroso della
luce, da questuante dell’ombra
vampiro condannato ad amare luglio
soffrendone il barbarico barbaglio
Valerio Magrelli
Il sangue amaro - Einaudi Editore
Azzurrina è una bambina troppo bianca, che fa paura.
Ma, per sua madre, è diversa dalle altre bambine solo perché è più bella ... e ha doni speciali e meravigliosi

Azzurrina: una fiaba

Azzurrina Malatesta

Azzurrina e la visitatrice
Azzurrina di Adriana Lorenzi
Il bianco è quasi il simbolo di un mondo in cui tutti i colori, come principi e sostanze fisiche, sono scomparsi.
ORRORE E SPLENDORE
BIONDA TESTA FORESTIERA -L'isola di Arturo, Elsa Morante
[…] Lui avanzava risoluto, come una vela nel vento, con la sua bionda testa forestiera. […]La prima ragione della sua supremazia su tutti gli altri stava nella sua differenza, che era il suo più bel mistero. . Egli era diverso da tutti gli uomini di Procida, come dire da tutta la gente che io conoscevo al mondo, e anche (o amarezza), da me. Anzitutto, egli primeggiava fra gli isolani per la sua statura, (ma questa sua altezza si rivelava solo al paragone, vedendo lui vicino ad altri. Quando stava solo, isolato, appariva quasi piccolo, tanto le sue proporzioni erano graziose). Oltre alla statura, poi, lo distinguevano dagli altri i suoi colori: era chiaro come le perle. E io vedevo in ciò quasi il segno di una stirpe non terrestre: come s’egli fosse fratello del sole e della luna. I suoi capelli, morbidi e lisci, erano di un colore biondo opaco, che si accendeva, a certe luci, di riflessi preziosi; e sulla nuca, dov’erano più corti, quasi rasi, erano proprio d’oro.. Infine, i suoi occhi, erano di un turchino-violaceo, che somigliava al colore di certi specchi di mare intorbidati dalle nuvole. […]
LA DIVERSITÀ RACCONTATA IN MODO REALISTICO
UNA LUMINESCENZA IMPRESSIONANTE - Nettare in un setaccio, Kamala Markandaya
[…] “Tuo figlio” – dissi, avvicinandole il fagotto, ansiosa.
Lo prese sorridendo e sospirò: “Che bel piccino – disse, fissando con amore il suo visetto – chiaro, come un fiore."
Chiaro! Anche troppo chiaro. Solo lei non vedeva quanto fosse innaturale quella chiarezza, e non notava che i capelli che spuntavano morbidi e radi sulla sua testa erano del colore del chiaro di luna e i suoi occhi erano rosa. Talvolta mi pareva che fosse impazzita: come poteva non vedere quello che agli altri era così evidente, oppure, mi chiedevo, se la sua non fosse una tragica finzione dettata dall’orgoglio materno, sostenuta da chissà quale sforzo sovrumano. Tuttavia, se simulava, simulava bene: nel suo viso non traspariva segno di dolore o di paura. Era felice, come un uccello col suo piccolo che canta, gioisce con lui e lo vezzeggia come il più bel bambino che una donna abbia mai dato alla luce.
Forse, per lei era così: quell’ enorme peso non gravava sulle sue spalle, ma sopra di noi, soprattutto su Nathan. […]
LA DIVERSITÀ COME CHIAVE DI LETTURA
UN PIPISTRELLO SAGGIO - Il fantastico volo di ali d'argento, Kemeth Oppel
Il pipistrello albino vive su una torre: è molto saggio e ha il dono della preveggenza. Con i suoi sensibilissimi ultrasuoni “sente” il vento e gli avvenimenti anche prima che accadano. E’ esperto di erbe medicinali e sa riconoscere le foglie che inducono il sonno e quelle che guariscono le ferite. Grazie al suo aiuto, il viaggio di Ombra continua verso un ritorno cui fa seguito un altro viaggio.
ORRORE E SPLENDORE
ORRORE DEL BIANCO - Moby Dick, H. Melville
[…] E’ questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza […] capace di accrescere quel terrore fino all’estremo. Ne sono prova l’orso bianco polare e lo squalo bianco dei tropici: cos’altro se non la loro bianchezza soffice e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? [...]
Forse, con la sua indefinitezza, la bianchezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? [...]
E, andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza mediazione, darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. [...]
E di tutte queste cose, la balena albina era il simbolo. […]
LA DIVERSITÀ COME CHIAVE DI LETTURA
L’UNICO SPECCHIO DELLA CASA - Il paese d'ottobre, Ray Bradbury
[…] «Ecco che arrivano» disse Cecy, supina nel letto.«Dove sono?» esclamò Timothy dalla soglia.«Alcuni sono sull'Europa, alcuni sull'Asia, altri sulle Isole, altri ancora sul Sud America!» disse Cecy, tenendo chiusi gli occhi dalle lunghe ciglia castane e frementi.Timothy venne avanti sul tavolato nudo della stanza del piano di sopra. «Chi c'è?»«Zio Einar, zio Fry, il cugino William, e vedo Frulda, Hel-gar, zia Morgiana, la cugina Vivian, vedo anche zio Johann! Arrivano tutti a gran velocità!»«Sono alti nel cielo?» gridò Timothy. I suoi occhietti grigi lampeggiavano. In piedi accanto al letto non mostrava più dei suoi quattordici anni. Fuori il vento soffiava, la casa era al buio, rischiarata solo dalle stelle.«Arrivano attraverso l'aria e viaggiando al suolo in molte forme» disse Cecy, nel suo sonno. Non si muoveva, sul letto; pensava internamente e diceva quel che vedeva. «Vedo un essere simile a un lupo che attraversa un fiume scuro, sulle secche, appena a monte della cascata, e il lume delle stelle riluce sulla sua pelliccia. Vedo una foglia secca di quercia che si libra alta nel cielo. Vedo un pipistrellino che vola. Vedo molti altri esseri che corrono sugli alberi delle foreste e sgusciano lungo i rami più alti. Tutti vengono da questa parte!» […]
LA DIVERSITÀ RACCONTATA IN MODO REALISTICO
L'ISOLA DEI SENZA COLORE - L'isola dei senza colore, Oliver Sacks
[…] Mentre tornavamo a piedi all’albergo […] cominciò a imbrunire; la luna, quasi piena, salì alta nel cielo fino a stagliarsi fra i rami di una palma.. In piedi sotto l’albero, Knut la studiava attentamente, con il monoculare, individuando mari e ombre. Poi, abbassando lo strumento e abbracciando con lo sguardo tutto il cielo esclamò: “Vedo migliaia e migliaia di stelle! L’intera galassia!”
“E’ impossibile” – replicò Bob - “ L’angolo sotteso di quelle stelle è sicuramente troppo piccolo, dato che la tua acuità visiva è un decimo del normale”. […]
LA DIVERSITÀ COME CHIAVE DI LETTURA
L’UOMO INVISIBILE - L'uomo invisibile, H. G. Wells
[…] Fu colpito con forza sotto l’orecchio e avanzò barcollando nel tentativo di affrontare il suo invisibile antagonista. Riuscì a tenersi in piedi e sferrò un pugno in aria, poi fu colpito ancora sotto la mascella e cadde riverso a terra ... Kemp afferrò i polsi, udì il suo assalitore lanciare un grido di dolore e poi la vanga dell’operaio volò sopra di lui e colpì qualcosa che emise un tonfo profondo. Kemp sentì una goccia di vapore umido in viso, la stretta alla gola di colpo si allentò, con uno sforzo convulso si liberò, afferrò una spalla che rimase passiva e rotolò sopra il suo avversario, afferrò i gomiti invisibili e li premette a terra. “L’ho preso! – gridò Kemp – aiuto, aiuto! Tenetelo, è qui! Tenetegli i piedi!”Dopo un secondo, ci fu una partecipazione generale alla lotta, e uno che fosse sopraggiunto in quel momento avrebbe pensato che stessero giocando una partita di rugby molto violenta. Non si sentì nessun altro grido dopo quello di Kemp: solo il tonfo dei colpi, il rumore dei piedi e un ansimare pesante.. Poi l’uomo invisibile, con uno sforzo sovrumano, riuscì ad alzarsi. Kemp gli si buttò addosso come un cane su un cervo e una dozzina di mani colpirono e lacerarono quel corpo invisibile... […]
LA DIVERSITÀ RACCONTATA IN MODO REALISTICO
STORIA MINIMA - La lampada di Aladino, Luis Sèpulveda
[…] Verrà? Ne dubito, perché so quant’è difficile vincere una paura che non è paura, una vergogna che non è vergogna, la colpa più innocente. Ne dubito e, per vincere la sfiducia delle ore passate ad aspettare, mi accendo una sigaretta. Ora attiro molto di più gli sguardi dei passanti. E’ sempre così. “Sta fumando”, “Sta mangiando”, “Sta piangendo”. Qualunque cosa faccia è sempre così.
All’improvviso guardo il mazzo di fiori e scopro che la mia mano, invece di reggerli, li stringe, li strangola con quella violenza minima che basta a sconfiggere i loro fragili colli vegetali. Sorrido pensando che sono appassiti in un lasso di tempo davvero minimo, come le bandiere di un esercito altrettanto minimo e sconfitto, e i loro petali cenciosi mi dicono che è ora di intraprendere la ritirata. […]
LA DIVERSITÀ COME CHIAVE DI LETTUR
L’ODORE DELL’UMANO - Il profumo, Patrick Suskind
[…] ”E’ posseduto dal demonio”“Impossibile! E’ assolutamente impossibile che un lattante sia posseduto dal demonio…. Ha forse un cattivo odore?”“Non ha nessun odore”, disse la balia.“Ecco, vedi? Questo è un segno inequivocabile. Se fosse posseduto dal demonio dovrebbe puzzare.”E per tranquillizzare la balia e nel contempo dar prova del proprio coraggio, Terrier sollevò il canestro e se lo mise sotto il naso “Non sento niente di particolare”, disse, dopo aver annusato per un momento “ad ogni modo, mi sembra che dalle fasce provenga un certo odore.”“Non è questo”, disse la balia, brusca, e allontanò il canestro da sé. “i suoi escrementi hanno un buon odore. E’ lui, il bastardo, che non ha odore.”“Perché è sano”, gridò Terrier, “perché è sano, ecco perché non ha odore!. Soltanto i bambini malati hanno odore. Perché dovrebbe puzzare? Puzzano i tuoi figli?”“No”, disse la balia. “I miei figli hanno l’odore che tutti i bambini devono avere”“Dunque tu affermi di sapere che odore dovrebbe avere un bambino, che comunque è pur sempre - questo vorrei ricordartelo, tanto più quando è battezzato – una creatura di Dio? “ […]
LA DIVERSITÀ COME CHIAVE DI LETTURA
LA PAGINA BIANCA - Ultimi racconti, Karen Blixen
[…] Accanto all’antica porta della città sedeva una vecchia color caffè e velata di nero, che si guadagnava da vivere raccontando storie.Diceva: << Volete una storia, mia buona signora, signor mio? Quante storie ho narrate, una più di mille, da quando per la prima volta lasciai che i giovanotti raccontassero a me le loro favole di una rosa rossa, due levigati boccioli di giglio, e quattro serici serpenti flessuosi dall’abbraccio mortale. Fu la madre di mia madre, la bellezza dagli occhi neri, l’amante dai molti amplessi, fu lei che alla fine – vizza come una mela d’inverno e rannicchiata sotto la clemenza del velo – si prese la briga di insegnarmi l’arte del narrare. A lei l’aveva insegnata la madre di sua madre, ed erano entrambe narratrici migliori di me. Ma questo, ormai, non ha più importanza, perché per la gente loro e io siamo diventate una persona sola, e io sono immensamente rispettata perché racconto storie da duecento anni >>.A questo punto, se è ben pagata e di buon umore, continua.<< Con mia nonna >> diceva << ho fatto una scuola dura. […]
..Io sono bianco, un piccolo AFRICANO BIANCO,
nato da genitori AFRICANI NERI.
La mia pelle è bianca perché sono albino.
I miei genitori non mi hanno ucciso,
né abbandonato,
perché sanno che cos’è l’albinismo.
La mia mamma non è stata ripudiata
dal mio papà e dal villaggio
perchè il mio papà e la gente del villaggio
sanno che cos’è l’albinismo.
Sono stato fortunato.
Mi è stata data la possibilità di crescere
e godere dei colori della Mia Terra.
Mi è stata data la possibilità di vivere.
Come me in Africa ce ne sono tanti,
non si contano.
Forse 1 su 2000-5000 abitanti,
a seconda della regione.
Forse di più!
Siamo così tanti che …
nessuno riesce a contarci!
Che cos’è l’albinismo?
L’albinismo è una condizione ereditaria
che si manifesta con l’assenza o la riduzione di un pigmento
– la melanina –
nella pelle, nei capelli, nei peli e negli occhi.
La melanina colora la pelle,
proteggendola dai raggi dannosi del sole,
e consente uno sviluppo normale degli occhi e del sistema ottico.
Siamo AFRICANI BANCHI
perché nella nostra pelle manca la melanina,
che la renderebbe scura,
proteggendola dai raggi dannosi del sole.
Senza la melanina, siamo in pericolo.
Senza la melanina, la nostra vita media non supera i 30 anni.
Cheilite attinica
Se non proteggiamo le labbra
con una crema protettiva a schermo totale,
il sole le attacca…
le desquama e le riempie di piaghe,
che degenerano in carcinoma del labbro.
Cheratosi attinica
Se non proteggiamo le parti del corpo
scoperte ed esposte al sole
– viso, orecchie, cuoio capelluto, collo,
braccia, gambe, mani e piedi –
con una crema protettiva a schermo totale,
il sole le attacca…
le riempie di squame giallastre,
pruriginose e brutte a vedersi,
che degenerano in carcinoma della pelle.
Molti di noi hanno i capelli rasati a zero,
per tenere sotto controllo lo stato delle piaghe
che si formano sul cuoio capelluto,
non protetto da un cappellino.
Sono pochi i medici che curano le piaghe
che si formano sulle parti esposte del nostro corpo.
L’ assistenza sanitaria a noi non è concessa o è scarsa.
Una crema protettiva a schermo totale
proteggerebbe la nostra pelle.
Ma la crema solare costa molto.
Un prezzo proibitivo per molti genitori.
In alcune regioni è perfino introvabile.
Vestiti adatti, foulards e cappellini
proteggerebbero le parti esposte del nostro corpo.
Ma molti di noi hanno, a stento,
un pasto al giorno e un letto su cui dormire.
Fotofobia
I nostri occhi “hanno paura della luce solare”
perché manca la melanina nell’iride e nella retina.
Un paio di occhiali con lenti colorate
impedirebbe al sole di abbagliarci.
Ipovisione
Fin dalla nascita,
la nostra retina manca di una piccola area, la fovea,
i nostri nervi ottici seguono un percorso anomalo
e i nostri occhi sono un po’ ballerini –nistagmo -
E’ sempre colpa della melanina, che non c’è o ce n’è troppo poca!
E così noi vediamo poco.
Ma vediamo!
Non abbiamo bisogno di imparare il Braille.
Sono sufficienti piccole cose…
Un paio di occhiali da vista
ci aiuterebbe a migliorare la nostra visione
di almeno un grado.
Per non parlare poi dei nuovi ausili ottici!
Ma, forse, chiediamo troppo…
Un insegnante che non confonda
la nostra ipovisione con svogliatezza o altro
sarebbe di grande aiuto nell’ apprendimento!
Siamo intelligenti!
Possiamo fare qualsiasi cosa nella vita,
come tutti.
Fuorché lavorare sotto il sole cocente!
Vogliamo imparare.
Prendere un diploma. Magari una laurea.
L’istruzione è importante.
Ci darebbe una possibilità in più nel mondo del lavoro.
La possibilità di non restare ai margini!
Un futuro dignitoso per noi AFRICANI BIANCHI!
Basta alla discriminazione, alle superstizioni,
alle amputazioni , alle uccisioni!
Spieghiamo, a gran voce, alla mia gente
perché siamo bianchi!
Perché non imprigionino,
senza alcuna ragione, la nostra vita!
Basta alla discriminazione nei luoghi di lavoro!
Se da grande uno di noi vorrà fare il cameriere, il medico
o qualsiasi altro mestiere,
lasciateglielo pur fare!
Il nostro essere bianchi non è contagioso!
Basta alla discriminazione nei luoghi pubblici!
Potete sedervi accanto a noi su un autobus!
Potete salutarci dandoci la mano!
Non costituiamo un pericolo per voi!
Lasciateci camminare in pace per le strade della nostra Africa.
Non rincorreteci gioiendo
perché pensate che siamo Bianchi,
per poi rincorrerci insultandoci
perché vi accorgete che siamo AFRICANI BIANCHI!
Voi Tanzaniani, delle regioni del Lago Vittoria;
non uccideteci, non amputateci, non dissanguateci,
per fare amuleti con parti del nostro corpo!
Non date retta agli stregoni!
Amuleti sì fatti non serviranno ad avere fama e ricchezze.
Siamo come voi!
Lasciateci vivere!
AIUTATECI A FARLO CAPIRE ALLA NOSTRA GENTE,
Abbiamo il diritto di sorridere alla vita!
Siamo solo AFRICANI ALBINI!
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IMMAGINI:
- Albinos in Tanzania by Liron Shimoni
- Albinos in Africa Killed for their organs
(1/2) by tonksred300
- Amazing albino story by Babu Sikare
- My shocking story – Albino Medical
by Discovery TV
- Il canale di lupitanyongo
- Tabu contra Negros Brancos
by jodv1951
MUSICA E MONTAGGIO:
- Aldo Menti. Africa. A. M. Songs & Music
PRESENTAZIONE E TESTO:
- Albinismo News - Rosa Pellegrino - www.albinismo.it
RINGRAZIAMO
Liron Shimoni e quanti, con le loro immagini, ci consentono di vedere ciò che non vediamo. Immagini che suscitano emozioni e che fanno riflettere, immagini che richiamano, istintivamente, in chi le osserva, l’appartenenza ad un unico mondo,
che va difeso e custodito nella sua naturale, casuale, indispensabile, vitale diversità.